Cinquant’anni della comunità di Sant’Egidio: l’impegno nelle periferie di Roma e del mondo

“Con Lei vogliamo non tanto guardare agli anni trascorsi, ma il futuro di una Comunità in uscita verso le periferie della città e del mondo. La città è stata sempre il nostro orizzonte, fin dai primi passi”. È la frase-chiave del discorso che Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha rivolto a Papa Francesco lo scorso 11 marzo quando il Pontefice si è recato in visita alla Comunità, a Trastevere, per celebrare il 50° anniversario dalla sua fondazione.

Nel cuore di Roma la Comunità di Sant’Egidio da mezzo secolo presta la sua opera in soccorso degli ultimi, dei diseredati e dei poveri tendendo la mano a chi ha bisogno. Nel febbraio del ’68, uno studente di diciotto anni, Andrea Riccardi, si riunì per la prima volta con un gruppo di liceali nell’Oratorio della Chiesa Nuova, il santuario di san Filippo Neri, dando inizio alla comunità, riconosciuta dal Pontifico Consiglio per il Laici come “Associazione pubblica di laici della Chiesa”. Oggi fanno parte di Sant’Egidio circa 60mila persone impegnate nel sostegno ai poveri, nel rendere concreti programmi per contrastare l’Aids, nel sostegno all’infanzia in Africa. Fondamentale per la Comunità è perseguire la costruzione della pace, la riconciliazione, la cooperazione tra i popoli in diverse regioni del mondo mediante la mediazione internazionale. Inoltre la Comunità organizza ogni anno dal 1986 un incontro internazionale tra i leader delle diverse religioni, allo scopo di favorire il dialogo interreligioso e di conseguenza quello tra i popoli.

Cinquant’anni d’impegno costante che fanno di questo movimento laico impegnato nella comunicazione del Vangelo e nella carità a Roma, in Italia e in più di 70 paesi dei diversi continenti, un cuore pulsante di solidarietà, sempre attento alla dignità delle persone.  Ricordiamo inoltre che tra i tanti impegni di Sant’Egidio vi è quello di cercare di realizzare la solidarietà e l’aiuto umanitario alle popolazioni civili che soffrono a causa della guerra.

Marco Impagliazzo, nato a Roma nel 1962, Professore ordinario di Storia contemporanea nell’Università per Stranieri di Perugia, il quale nel 2012 ha ricevuto il Premio Ducci per la Pace, in questa intervista ricorda i cinquant’anni di attività di Sant’Egidio, il recente incontro con il Santo Padre e le sfide che attendono la piccola “Onu di Trastevere”, instancabile nella sua attività di diplomazia parallela.


Marco Impagliazzo

“Il mondo è pieno di paura e lo straniero è visto come nemico”, ha sottolineato Bergoglio durante la visita a Sant’Egidio. Le paure si concentrano spesso su chi è straniero, su chi è “diverso da noi, povero, come se fosse un nemico. E allora ci si difende da queste persone, credendo di preservare quello che abbiamo o quello che siamo. L’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani”. Come superare questa cappa di paura e diffidenza? 

«Le parole del Papa rispecchiano una realtà. Tanti cittadini non si sono ancora adattati alla globalizzazione, che ha anche tra le sue conseguenze quello di aver creato ondate migratorie e mischiato le popolazioni. Noi non siamo ancora culturalmente preparati all’incontro con l’altro, con chi è diverso da noi. Per superare tutto questo non bisogna soffiare sul fuoco delle paure ma affrontarle con la conoscenza dei fenomeni. Purtroppo in Italia la percezione dei fenomeni migratori è molto diversa da quella che è la realtà dei fenomeni migratori. Non si sanno effettivamente quali siano le cifre, non si conosce bene la realtà sulle persone che emigrano nel nostro Paese. Bisogna affrontare questo discorso culturalmente, capire e conoscere meglio questi fenomeni, sottrarli al dibattito politico che spesso è un dibattito fatto solo di buoni e di cattivi, un dibattito di grandi semplificazioni che non rispecchia la complessità del mondo. I cristiani devono affrontare questo tema con l’umanità del Vangelo, con l’audacia di un Vangelo che ci dice di accogliere lo straniero. Cultura e Vangelo sono dunque i due modi per affrontare il discorso sulla paura».

“Il mondo ha bisogno di solidarietà. L’Italia ha bisogno di avvertire i vincoli che tengono insieme e non quelli che separano, e fanno guardare con diffidenza e ostilità” ha precisato Mattarella nel corso della sua visita a Sant’Egidio. Il principio-chiave che ispira la comunità è che gli immigrati sono una risorsa? 

«Sì, gli immigrati sono una risorsa e lo stanno dimostrando. C’è molta più integrazione in Italia di quello che si creda e di quello che si dica. I migranti e gli immigrati lavorano e favoriscono il benessere degli italiani, penso a coloro che lavorano nelle nostre famiglie, nei nostri ospedali, nelle nostre fabbriche, nella ristorazione, nelle campagne che ormai sono spopolate di lavoratori italiani. In tanti aspetti della vita quotidiana noi troviamo gli immigrati che non sono venuti in Italia a rubare il lavoro agli italiani, anzi stanno lavorando per aiutare gli italiani oltre che aiutare loro stessi. In secondo luogo c’è una risorsa dovuta a tutta l’economia che si mette in moto intorno agli immigrati, pensiamo al fattore pensionistico. Le nostre pensioni sono finanziate dal loro lavoro e dai loro contributi. Molti di questi immigrati a un certo punto tornano al loro paese quindi spesso hanno contribuito al nostro sistema pensionistico senza poi usufruirne. In generale sono una risorsa, perché gli immigrati ci portano nuove esperienze, nuove culture, perché tutto quello che viene da fuori, non è negativo, dobbiamo superare questa empasse. Ci sono culture, lingue, abitudini che arricchiscono anche la nostra».

“Costruite ponti, non muri”. Papa Francesco sta facendo del dialogo interreligioso un caposaldo del suo pontificato. Il dialogo è la migliore proposta in un tempo di conflitto come quello in cui stiamo vivendo? 

«Se non c’è il dialogo, c’è lo scontro e quest’ultimo porta via tutto. Per la nostra Comunità la guerra è la madre di ogni povertà, nello scontro non si costruisce niente, ci si divide solamente, quindi il dialogo sta diventando ed è sempre più una necessità per i nostri Paesi e per le nostre civiltà. Il dialogo ha dimostrato di poter dare grandi frutti come nel caso del dialogo interreligioso promosso da Giovanni Paolo II ad Assisi dal 1986 in poi».

Ricopre la carica di presidente della Comunità dal 2003. Qual è stato il momento più emozionante che ha vissuto durante questi quindici anni? 

«Quello che mi resta in mente, se penso a questi ultimi anni, è il primo arrivo dei profughi siriani all’aeroporto romano Fiumicino con i corridoi umanitari. È stata una grande emozione vedere queste famiglie, donne con bambini, che per anni avevano conosciuto solo la guerra, avevano vissuto nei campi profughi in Libano sotto delle tende di plastica fatiscenti, trovare rifugio in Italia. Tutto ciò si è potuto avverare grazie a un valido progetto di protezione umanitaria, che aveva fatto sì che famiglie italiane, associazioni, comunità italiane sia cattoliche sia protestanti si facessero carico della salvezza di queste persone. Credo che quei bambini salvati e non morti in mare come tanti loro coetanei, sia stata per la Comunità la più grossa soddisfazione di questi ultimi anni. Ricordo quando Papa Francesco si è recato a Lesbo nell’aprile del 2016 riportando in Italia, a Roma, 12 persone. Gesto straordinario di Bergoglio che ha aperto direttamente un corridoio umanitario per poi affidare a noi di Sant’Egidio queste due famiglie che sono ancora qui in Comunità. A Roma i singoli componenti si sono perfettamente integrati, i bambini vanno a scuola e i genitori hanno trovato lavoro. Come dice il Santo Padre, non si può parlare di accoglienza se non si parla anche di integrazione. L’accoglienza ha senso se c’è integrazione. Sant’Egidio lavora per questo, perché ci sia non solo accoglienza ma anche integrazione».

Ripensando agli avvenimenti più importanti che hanno riguardato Sant’Egidio, per esempio nel 1986 quando San Giovanni Paolo II volle il primo incontro interreligioso di preghiera per la pace ad Assisi, quali sono le sfide più urgenti che attendono la Comunità?
«Tre sono le sfide più urgenti che ci attendono. La prima è quella della pace, la Comunità fin dal 1992 quando riuscì a far firmare la pace per il Mozambico dopo 28 mesi di trattative qui a Roma, ha avuto sostanzialmente un mandato sul tema della pace. Abbiamo scoperto che i cristiani hanno un’energia di pace e la devono mettere a disposizione. Quindi la grande priorità è lavorare per la pace soprattutto in Africa o nei Paesi dove c’è la guerra e i risultati positivi non sono mancati. La seconda sfida è quella di occuparci in maniera seria e radicale degli anziani. L’età anziana è aumentata, ci sono molti più anziani nel mondo rispetto al passato. Ma cosa stiamo facendo per far vivere con dignità gli ultimi anni della vita della popolazione anziana? Dobbiamo lavorare perché la nostra società sia una società che accoglie gli anziani, che gli dia un ruolo ma che soprattutto li faccia vivere in casa loro senza strapparli dalle famiglie, dagli affetti e dalle loro case. La cura degli anziani a casa è per Sant’Egidio una priorità. La terza sfida è quella delle migrazioni, il cui fenomeno va affrontato senza razzismi, senza esclusioni, capendo quali siano le ragioni del fenomeno e lavorando per una vera integrazione degli stranieri nella nostra società».