Anche le monache si confessano. E hanno buoni motivi per farlo

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Papa Francesco si è confessato, anche recentemente, durante una liturgia penitenziale in s. Pietro

Voi monache vi confessate? Molto frequentemente e perché? Da noi, ho l’impressione che non si confessa quasi più nessuno. Riccardo

Caro Riccardo, noi monache, come puoi immaginare, ci confessiamo con una certa frequenza. La domanda, interessante, non verte però sulla frequenza al sacramento, ma sulle motivazioni che muovono a questa scelta.

Peccatori amati

Non è un atto che si compie solo per adempiere a un precetto, ma il sacramento della riconciliazione è una delle più belle espressioni del rapporto con Dio. Rivela l’esperienza più semplice e vera del giusto legame che le creature intessono con il proprio Creatore in una relazione di consegna della propria esistenza, nei suoi tratti di luce e di ombra, di grazia e di peccato, nella consapevolezza di essere rivestiti quotidianamente di misericordia, di essere graziati, salvati. È stare di fronte a Lui, da peccatori amati, ai quali è stata usata misericordia. Riconoscersi peccatori, non sminuisce la dignità filiale con la quale siamo stati rivestiti nel Battesimo, ma, anzi, confessa la fragilità ontologica che caratterizza l’uomo e afferma la potenza dell’amore di Dio che ama senza misura. “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unico Figlio”, ci ha detto la parola di Dio della scorsa domenica, e tutta la vicenda di Gesù che stiamo meditando in questo tempo, non è altro che la conferma di questo amore di Dio all’uomo.

Celebrare il perdono è riconoscere la giustizia e la santità di Dio e affidarsi alla sua bontà. Il perdono divino è sommamente efficace perché non nasconde il peccato, ma lo distrugge e lo cancella dalla radice. La dimensione del peccato, della fragilità è presente in tutti, comprese le monache di clausura, le quali sperimentano sulla propria carne le ferite del peccato e il bisogno di misericordia, dentro un cammino di conversione al Vangelo.

Gioia e gratitudine

Il sacramento del perdono è vissuto con gioia e gratitudine: in esso Cristo risorto si manifesta a noi col dono della sua resurrezione e ci rende partecipi del suo passaggio pasquale dalla morte del peccato alla vita dei risorti.

Purtroppo, come tu affermi, si verifica una disaffezione nella pratica di questo sacramento, forse dovuto alla caduta del senso del peccato. In un tempo in cui tutto è lecito, tutto è relativo e l’uomo si erge ad arbitro della vita e della morte, dove trova spazio la consapevolezza della propria creaturalità e del proprio peccato? Siamo così concentrati su noi stessi, cercando con minuzia qualcosa da dire e che cosa dire, che non facciamo attenzione al mistero che ci viene offerto! Ci soffermiamo troppo sulla nostra povertà come tale, senza vederla alla luce di Dio e della sua misericordia; sostiamo sulla formalità delle colpe favorendo un senso di fatica, di disagio e talora di sofferenza che non apre alla dimensione della gioia del perdono ricevuto.

Quale immagine di Dio

Questa fatica nella confessione apre alla domanda fondamentale a cui dobbiamo tutti rispondere: quale è l’immagine di Dio che sottende la mia vita, alimenta la mia poca o grande fede, dà senso alla mia esistenza? Se per me Dio è il giudice spietato e vendicativo pronto a condannare ogni mio errore, avrò timore o lo escluderò dalla mia vita. Se è il Padre misericordioso, mi affiderò confidente a Lui, come un bimbo nelle sue braccia. Rispondere a questa domanda è un’urgenza per far risplendere la bellezza del volto di Dio che ci è narrato da Gesù.

Allora rimettiamoci tutti alla sua sequela, alla scuola del Vangelo per incontrare il volto di Dio e scoprire il nostro vero volto di figli amati e perdonati.

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