Chiara Manenti, volontaria accanto ai minori stranieri non accompagnati: «Mi hanno insegnato ad ascoltare»

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“A Emergenza Dimora ho imparato a conoscere l’Altro”. Questa frase di Chiara Manenti, giovane universitaria di Longuelo, che ha trascorso un anno di volontariato all’interno dell’appartamento di Dire, Fare, Abitare – Emergenza dimora (il progetto che offre accoglienza, promozione e integrazione a Minori Stranieri Non Accompagnati in carico al Servizio Minori e Famiglie del Comune di Bergamo), racchiude il significato profondo di questa esperienza, tanto forte quanto di valore per una ragazza di soli 22 anni. Nella serata di venerdì 9 marzo, nella chiesa parrocchiale di Longuelo, Chiara ha condiviso con la propria comunità il percorso che ha compiuto in quei 365 giorni: la sua testimonianza è iniziata con il video di “Cara Italia” di Ghali, il rapper italiano di origini tunisine sempre più amato dalle nuove generazioni.

 

 

“Ho voluto usare questo video perché poteva aiutarvi ad entrare nel mondo che ho vissuto per qualche anno. A Emergenza Dimora questa canzone di Ghali era praticamente la colonna sonora, la ascoltavamo quasi ogni giorno: il mood che si respirava era questo. L’altra immagine che voglio trasmettervi è quella del tavolo. Io sono una persona molto metodica, che vuole avere tutto sotto controllo e a casa mia amo sedermi al mio solito posto a tavola. Il nostro tavolo è di legno scuro e attorno ad esso si vive, è il centro della casa. La stessa proposta di svolgere un anno di volontariato è nata mentre ero seduta a un tavolo: la scelta che avevo preso era quella di lasciare il mio posto a tavola per sedermi a un altro che non mi apparteneva. Casa Emergenza Dimora mi aveva sempre affascinato, sentivo che mi chiamava a sé: ero certa che prima o poi avrei trascorso un periodo della mia vita lì. Una persona a me cara mi disse: “Secondo me una esperienza del genere ti farebbe bene”. Questa frase mi fece riflettere molto e dissi a me stessa: perché non fare qualcosa che mi poteva far stare bene? Qualcuno credeva in me e allo stesso tempo mi si chiedeva di avere fiducia”.

Nel suo racconto Chiara si è anche soffermata sul significato dei concetti di giovane e di adulto. “Qui ho fatto davvero fatica, poi ho trovato una risposta. Per me la condizione del giovane è di scegliere ciò che gli fa bene: non è sempre sinonimo di felicità, di immediatezza, ma spesso è accompagnata da fatica, anche quella di mettersi in gioco. A 22 anni non credo di essere completamente in grado di capire cosa mi fa stare bene: per questo un adulto dà la possibilità al giovane di scegliere, di fare una scelta perché si fida di lui. Non si tratta di una fiducia incondizionata, ma avviene attraverso il dialogo, l’ascolto, il ragionamento, mettendolo anche di fronte ai suoi limiti per farlo crescere.  Questo è quello che cerco in un adulto”.

Chiara ha poi raccontato alcuni episodi legati all’anno vissuto all’interno di Emergenza Dimora, interrogandosi a fondo sul significato di questa esperienza. “Un giorno eravamo io e un ragazzo in cucina. Ad un certo punto mi dice: “Te ne vuoi andare? Se lì sul divano, guardi il vuoto e non sembri felice”. Ti beccano subito, hanno un senso di umanità infinito. Hanno bisogno di attenzioni, di quelle che hanno lasciato al loro paese o che non hanno mai avuto, con la consapevolezza di avere un futuro incerto. Sono ragazzi di 15-16 anni che sono dovuti crescere velocemente, che sono adulti e maturi ma che hanno bisogno di attenzioni come qualsiasi altro adolescente. Durante questa mia esperienza ho dunque capito che il tavolo di questa nuova casa è il tavolo dove ho scoperto l’Altro, che non ti puoi scegliere mai che ti capita. Tutti i miei amici mi chiedevano perché avessi deciso di fare un’esperienza di questo tipo. Rispondevo: “Perché mi fa stare bene” e loro replicavano: “Che coraggio”. In realtà non sono coraggiosa, mi sono spostata di 100 metri da casa mia, non sono un’eroina né ho salvato il mondo. Ho fatto una scelta, tutto qui, che per me era quella giusta, l’unica che dava senso alla mia vita in quel momento”.

“La nostra comunità sta facendo questo lavoro di ascolto ai giovani – ha spiegato don Massimo Maffioletti, parroco di Longuelo- a tutti i membri del consiglio pastorale abbiamo chiesto di prendersi cura di 2-3 giovani passati dal nostro oratorio, dalla nostra comunità, facendo una chiacchierata con loro. Pubblicheremo parte di queste testimonianze, magari organizzeremo anche un’assemblea per dar conto di questa fotografia del mondo giovanile. Il lavoro comunitario che abbiamo impostato ha tre orizzonti: il primo riguarda il mondo degli adolescenti e dei giovani, perché qui si gioca la partita del futuro della chiesa e della nostra società; il secondo tema riguarda la famiglia, mentre il terzo la carità, senza dimenticare la formazione dei laici, la predicazione e la liturgia. Noi a Longuelo facciamo poche cose, piccole cose, ma seguendo un filo rosso di lavoro. Con i giovani dobbiamo avere il coraggio di proporre loro cose alte, non cose basse: all’inizio magari si fa fatica, poi si è contenti. A questi ragazzi faccio i miei migliori auguri con tre riflessioni: la prima mi è stata ispirata dal libro “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini. I giovani devono avere la speranza di saper rischiare con un pizzico di follia, portando alla luce i loro sogni. La seconda riflessione è legata ad uno slogan del ’68: “Siate realisti, chiedete l’impossibile”. Non è vero che l’impossibile non si può fare, tutti noi siamo chiamati a realizzarlo. Infine, la frase di un fraticello che abbiamo incontrato ad Assisi: “Cari giovani, uscite dalla rotonda”. A Longuelo ne abbiamo tante di rotonde: l’importante è uscire da un loop che non ci porta da nessuna parte, cosa che vale anche per molti adulti”.

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