“Lireta” al Teatro Sociale il viaggio di una donna ribelle. Una lezione di coraggio e speranza

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C’è una donna, su una nave, ha in braccio una bambina di tre mesi, e davanti a lei ci sono l’orizzonte e un mare oscuro che minaccia di inghiottirla. Quella donna è “Lireta”, la protagonista dello spettacolo in scena giovedì 8 e venerdì 9 marzo al Teatro Sociale (ore 21) nell’ambito della stagione Altri Percorsi. A interpretarla è Paola Roscioli, che per questo spettacolo ha ottenuto una nomination al premio Ubu. Accanto a lei ci sono Piergiacomo Buso alla chitarra e Fabio Uliano Grasselli al contrabbasso. Drammaturgia e regia sono di Mario Perrotta.
“Abbiamo incontrato Lireta nel 2012 – racconta l’attrice -. Lei aveva inviato il suo diario all’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, che è uno dei più importanti d’Italia ed era stato selezionato come finalista al premio. Non ha vinto ma alla cerimonia finale ne abbiamo letto alcune pagine. Ci hanno colpito moltissimo per la loro intensità e per l’energia che contenevano. Lei in quel momento era molto commossa ma ci era sembrata subito una persona molto forte e determinata. Un paio di anni dopo Mario ha realizzato una serie per Rai Tre di paradossi italiani, raccontando storie di piccoli eroi e ci ha messo questa storia dandole il titolo “Lireta non cede” è una donna che non si è mai arresa e ha sempre rialzato la testa, anche di fronte alle situazioni più dure. 
Non ci può essere data più appropriata per questo spettacolo della Festa della donna: la vicenda di Lireta parla di violenza, di dolore e di riscatto: “In Albania Lireta ha subito violenza dal padre, sempre ubriaco, ha cercato di difendere la madre, di farle da scudo. Insegue la speranza mettendosi in viaggio per l’Italia con una di quelle navi stracolme di persone: un tema attualissimo, perché oggi l’esodo anche se in forme diverse, da Paesi diversi, si sta ripetendo”.
Paola Risciogli racconta la storia di Lireta dall’inizio, dall’Albania, a partire dal rapporto difficile della donna con il padre e le altre figure maschile che hanno influito sulla sua formazione: “Parliamo di Edward, l’uomo che voleva portarla in Italia illudendola che avrebbe realizzato un sogno, ma in realtà voleva solo farla prostituire. E poi dell’amico d’infanzia che diventa il suo fidanzato, con cui concepisce una figlia, e poi partono insieme per l’Italia con la bimba di soli tre mesi, ma il viaggio va male: si salvano ma vengono arrestati e rinviati in Albania. Ma Lireta non si arrende: riparte un anno dopo senza la figlia, poi ottiene il permesso di soggiorno e si ricongiunge con lei. In Italia le sue difficoltà non finiscono: l’uomo con cui è partita, Armand, si dimostra inconcludente, e poi finisce per rinnegare la figlia. Lireta deve ricominciare di nuovo, finché incontra in Italia un uomo siciliano con cui si sposerà e avrà un altro figlio. Lei è una di quelle che ce l’hanno fatta, anche se con grandissima difficoltà, a prezzo di molti sacrifici”. 
Lo spettacolo si pone anche come un’occasione di incontro e di conoscenza, per combattere la paura della diversità e dell’immigrazione: “Anche noi – racconta Paola Roscioli – abbiamo adottato un bambino etiope, quindi sentiamo ancora di più l’urgenza di raccontare questa storia per contribuire a interrompere il clima pericoloso di paura e di fastidio nei confronti dello straniero, del diverso. Non vogliamo che nostro figlio sia condannato al pregiudizio, a un indistinto sentimento anti-immigrazione. Mario ha deciso di scrivere questo spettacolo quando ha visto le famose foto di Aylan, il bambino di tre anni, l’età di nostro figlio, morto sulla spiaggia, e si è sentito profondamente commosso”. Lo spettacolo affronta con sensibilità anche il tema difficile della violenza sulle donne: “Lireta è una ribelle, il padre addirittura le lancia un’ascia da boscaiolo che per un centimetro non la colpisce alla testa. Perde l’infanzia, l’adolescenza, viene costretta a lasciare la scuola. Tante privazioni che affronta con coraggio e cerca di superarle. Quante volte sentiamo parlare di donne che hanno denunciato e forse sono state poco ascoltate, accanto a loro però ce ne sono molte che decidono di subire in silenzio, perché sono fragili, sono dipendenti dal compagno e dal marito e lo giustificano. Lireta ci insegna invece che si può rialzare la testa, si può sempre fare qualcosa. La speranza bisogna anche costruirsela da soli”.

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