Quando muore un campione. Davide Astori, il calcio e il resto

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Ha suscitato molta commozione la morte del giovane calciatore bergamasco Davide Astori, capitano della Fiorentina. Tutto il mondo del calcio e non solo si è stretto in un abbraccio alla sua famiglia e alla sua squadra. Potremmo dire che per qualche giorno siamo stati tutti, anch’io che sono un atalantino sfegatato, un po’tifosi della Viola. È stato splendido vedere i tifosi applaudire i giocatori delle squadre storicamente rivali della Fiorentina, all’ingresso del funerale di Davide: quanto sarebbe importante che questo continuasse ad avvenire, per fare dello sport occasione di amicizia e divertimento, non di scontro e violenza.

La persona del campione

Da parte mia, vorrei suggerire una riflessione educativa, che la storia di Davide mi suggerisce. Ciò che mi ha positivamente colpito è il fatto che, in un mondo che esalta le doti tecniche e spesso i gossip che accompagnano la vita di questi uomini di sport, questa volta si è stati capaci di parlare della persona. Davide non ci ha fatto scendere le lacrime sul volto, non ci ha fatto stringere il cuore, non ci ha dato l’impressione di conoscerlo da sempre perché era un ottimo centrale difensivo, addirittura nel giro della nazionale maggiore di calcio, ma perché era una brava persona!

Stefano Pioli, il suo allenatore che a settembre gli aveva affidato la fascia di capitano, con evidente commozione ha più volte sottolineato proprio questo: le doti umane di Astori. Il suo essere capitano della squadra era interpretato proprio così, come mi ha confermato una persona che lo conosceva bene: come un impegno ad essere esempio di umiltà, correttezza, riferimento per i tanti giovani sui quali, coraggiosamente, la Fiorentina ha costruito la squadra per questo campionato in serie A.

I genitori e la mania del figlio campione

Mi viene allora in mente che spesso provo un particolare fastidio quando, sentendo le mamme e i papà sugli spalti dei campetti dei miei oratori, li sento appellare i figli come “campioni”. Campioni perché? Perché riesce un tunnel, un bel tiro, un gol su punizione? Col rischio che poi, come capita nella grande maggioranza dei casi, il bambino inizi la carriera in oratorio e lì la finisca, nonostante il tentativo dei genitori di portarli in mille squadre dove possano dirgli che il figlio è veramente un “campione”. L’esito? Bambini che smettono di giocare, nauseati da attese su di loro che non li fanno divertire.

E allora cerchiamo di far sì che i bambini siano campioni in altro. Chiediamo loro di diventare campioni di educazione, rispetto dell’avversario, lealtà, onestà. Se poi saranno campioni anche nel gioco, ci penseranno le società professionistiche a cercarli, non serve fare il tour delle società satellite delle grandi squadre per far provini su provini. In fondo, se ci pensiamo, a Firenze dalla scorsa domenica c’è un altro giocatore in difesa, un altro con la fascia da capitano. Eppure scendono e scenderanno le lacrime per Davide Astori: il capitano, il campione di umanità.

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  1. sito medio on

    Veramente toccante e genuina la partecipazione al dolore e il rincrescimento per la repentina scomparsa di un campione “bravo, buono e semplice” belle le parole di don Alberto nel ricordarlo e altrettanto interessante il suo richiamo ai valori più belli che lo sport dovrebbe trasmettere , Mi auguro che sia ascoltato dai dirigenti sportivii ma sopratutto dai genitori a cui spetta l’educazione dei loro figli!

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