Ospedali bombardati, bambini morti. Cosa possiamo fare?

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Non si può. Non si possono vedere immagini così. Quando le ho viste sono stato malissimo; la notte ho dormito poco, non riuscivo a pensare ad altro. Come è possibile che nel mondo che proclama il progresso e la civiltà si debbano vedere ospedali bombardati e bambini neonati morti distesi a terra tra le macerie? Una domanda continua a presentarsi martellante: io cosa posso fare?

Non basta dire “poverini”

C’è un pericolo enorme nel vedere queste immagini: quelle di commuoversi al momento, dire “poverini” e già il giorno dopo sentirsi a posto con la coscienza. Subentra quella che in un testo di pedagogia speciale del grande Andrea Canevaro che studiavo all’Università veniva definita come “produzione sociale di distanza”. Per fare un esempio, tale produzione sociale di distanza è quella che conduce a dispiacersi di più per il bambino italiano morto in piscina perché sfuggito al controllo della nonna piuttosto che per 200 bambini morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Italia con le loro famiglie, stipati su gommoni o imbarcazioni strapiene. Certo, perché il bambino è italiano, i 200 no e se stavano dove erano non succedeva: spesso si ragiona così.

Non basta dire “cosa vuoi farci?”

Lo stesso può accadere dinanzi a immagini come queste: “beh, in quelle zone c’è la guerra, normale che la gente muoia. Spiace, ma che vuoi farci?”. Eh no, normale un bel niente! Se la morte di bambini sterminati dalle bombe viene normalizzata dalle nostre coscienze significa che il nostro livello umano ha toccato il fondo. La notte quasi insonne trascorsa a pensarci mi ha convinto che io sono responsabile di quanto accade anche in Siria, non solo nelle comunità parrocchiali di Grumello e Telgate.

Pregare e costruire relazioni buone

Posso forse fare qualcosa contro le bombe? Si, almeno due cose fondamentali. Primo: pregare. Il nostro rettore del Seminario don Pasquale ci diceva sempre: “Ricordatevi che la preghiera cambia il mondo!”. È proprio così! Pregare non è un di più per il credente, ma l’atto con il quale ciascuno di noi mette la propria vita e quella dei fratelli nelle mani del Padre che tutti tiene con sé, implorando la pace. Non è indifferente che ci sia o meno la preghiera per questi martiri del nostro tempo.

La seconda, poi, altrettanto decisiva: vivere il Vangelo costruendo relazioni buone. Che il mondo non lo cambi io solo è certamente vero, eppure il mondo non cambierà se non cambierò innanzitutto io. Se io, nel mio piccolo, cercherò di costruire relazioni buone, autentiche, fondate sul rispetto, la verità e la pace, invitando gli altri a fare altrettanto, il mondo potrà cambiare, perché l’amore troverà spazio, togliendone all’odio che semina morte. Mi viene in mente la frase, che mi commuove sempre, che Dio pronuncia a Caino che finge di non sapere cosa sia accaduto ad Abele: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Gen 4,10). Ecco: la voce del sangue dei nostri fratelli grida al Padre dal suolo. E noi, che vogliamo fare?

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