Pasqua, l’arte invita alla preghiera: il Cristo di Raffaello sulla croce astile dipinta in mostra alla Gamec di Bergamo

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La grande mostra “Raffaello e l’eco del mito” in corso alla GAMeC di Bergamo celebra il pittore e architetto tra i più famosi del Rinascimento italiano, anticipando le celebrazioni dell’anniversario (2020) dei 500 anni dalla morte del “Magister” urbinate.

L’esposizione, a cura di Maria Cristina Rodeschini, Emanuela Daffra e Giacinto Di Pietrantonio, è un progetto di Fondazione Accademia Carrara in collaborazione con GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, in coproduzione con Marsilio Electa.

Per esaltare l’attività e la fortuna di Raffaello Sanzio (Urbino, 28 marzo o 6 aprile 1483 – Roma, 6 aprile 1520) è stato allestito un inedito percorso di oltre 60 opere, provenienti da importanti musei nazionali e internazionali e da collezioni private (la National Gallery di Londra, lo Staatliche Museen zu Berlin – Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Pushkin State Museum of Fine Arts di Mosca e lo State Hermitage Museum di San Pietroburgo).

Il progetto scientifico della mostra ha preso avvio dal “San Sebastiano”, capolavoro giovanile di Raffaello, che fa parte delle raccolte della Carrara, non solo protagonista di una sezione dedicata ma centro dell’indagine espositiva, che si sviluppa attraverso vari capitoli. Le opere dei “maestri” come Giovanni Santi, Perugino, Pintoricchio e Luca Signorelli, raccontano la formazione del giovane magister; un significativo corpus di opere di Raffaello (14 capolavori presenti, dalla “Madonna Diotallevi” di Berlino alla “Fornarina” da Palazzo Barberini di Roma, dal “Ritratto di giovane” di Lille al “Ritratto di Elisabetta Gonzaga” degli Uffizi, fino al “San Michele” del Louvre) che ne celebrano l’attività dal 1500 al 1505. Infine, il racconto del mito raffaellesco si sviluppa in due sezioni, la prima ottocentesca e la seconda dedicata ad artisti contemporanei. Raffaello Sanzio muore giovane nel 1520 a soli 37 anni, nel giorno di Venerdì Santo. È l’umanista Pietro Bembo, caro amico dell’artista a comporre il suo epitaffio, poi inciso sulla tomba al Pantheon: “Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori”, “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.

Abbiamo intervistato Maria Cristina Rodeschini co-curatrice dell’esposizione e direttore Fondazione Accademia Carrara, della quale la GAMeC costituisce un ampliamento, che ci spiega il valore particolare della mostra e il motivo per cui la fama di Raffaello, già mito in vita, si è propagata come un’eco lungo i secoli, in particolare nell’Ottocento.

«I motivi della fama dell’artista nell’Ottocento – chiarisce la dottoressa Rodeschini – è la pubblicazione nei primi anni del XIX Secolo di una monografia sull’urbinate edita da Quatremère de Quincy nel 1824 che squarcia il percorso tanto luminoso di Raffaello. Sei anni dopo, al Pantheon, una confraternita decide di scoprire il sacello per esplorare la presenza del corpo di Raffaello. Ricordiamo che l’artista fu il primo a decidere di farsi seppellire al Pantheon, con grande consapevolezza di sé e del suo rapporto con la cultura e con l’antico. La monografia e lo scoprimento della tomba innescano tutta una serie di attenzioni non solo italiane ma anche europee. Da qui inizia un percorso nel mondo romantico che interpreta variamente sia l’opera sia gli episodi della vita di Raffaello, un’esistenza breve ma coltissima e ricca dal punto di vista umano. Il mito di Raffaello continua fino ai giorni nostri, perché l’urbinate è identificato come l’ideale di un professionismo nel campo dell’arte. Raffaello oltre ad essere stato magistrale nelle sue realizzazioni, ebbe fecondi rapporti con la classe dirigente della sua epoca, con il papato, con il mondo economico e laico, pensiamo al rapporto con Agostino Chigi. Raffaello è il pittore completo per eccellenza, con capacità sorprendenti ma anche capace di tessere delle relazioni importanti e significative nel tempo in cui visse». Raffaello pittore rinascimentale, massima espressione degli ideali di armonia e bellezza perseguiti negli anni della prima “maniera moderna”, come la definì Giorgio Vasari.

Domandiamo alla dottoressa Rodeschini quanto fu importante il clima della corte di Urbino per la formazione del giovane Raffaello, avvenuta nella bottega del padre Giovanni Santi. «L’influenza di Urbino – ci risponde – fu decisiva per Raffaello. Urbino allora era il secondo centro culturale di rinnovamento italiano dopo Firenze. La corte dei duchi di Montefeltro era piccola, ma Federico, signore di Urbino dal 1444 al 1482, tesse delle relazioni internazionali, non si accontenta di avere i massimi artisti del Quattrocento italiano, per esempio per la pittura Piero della Francesca e per l’architettura Leon Battista Alberti. Guarda al Nord Europa, il duca Federico s’interessa degli artisti fiamminghi. Tutto il sapere più raffinato passa per la corte di Federico, il quale scompare un anno dopo la nascita di Raffaello. Il padre di quest’ultimo, Giovanni Santi, non solo era pittore ma anche letterato e maestro cerimoniere delle feste ducali. Giovanni aveva accesso alle meraviglie che si stavano sviluppando nel Palazzo ducale di Urbino, muore quando Raffaello ha solo 11 anni, ma il contesto culturale che il padre ha coltivato e che ha trasmesso al figlio, darà presto i suoi frutti. Raffaello non si accontenta di Urbino, il suo sguardo è più ampio, l’artista si sposta a Perugia, la sua prima commissione sarà a Città di Castello. In mostra presentiamo il celebre olio su tavola “Doppio ritratto” (1476-’77) di Federico da Montefeltro e del figlio Guidobaldo dello spagnolo Pedro Berruguete, manifesto dell’apertura verso l’Europa della corte di Urbino».

«La mostra esplora il periodo 1500 – 1504, – prosegue la Rodeschini – anno in cui Raffaello si sposta a Firenze dove stanno operando in contemporanea Leonardo e Michelangelo. Qui l’artista inizierà un nuovo tratto del suo formidabile percorso professionale. “ll San Sebastiano” arriva all’Accademia Carrara grazie al bergamasco Guglielmo Lochis, il più grande collezionista italiano di quel periodo, che acquista l’olio su tavola nella prima metà dell’Ottocento. Quando Lochis muore dona il dipinto all’Accademia Carrara, che entra così nelle collezioni pubbliche. L’opera, centrale per “Raffaello e l’eco del mito” perché è un capolavoro del Museo e perché appartiene all’età giovanile dell’artista, ci ha dato il modo di approfondire gli anni giovanili di Raffaello, l’ambiente, Urbino, la formazione, chi sono i suoi maestri, il Perugino, Pintoricchio e Luca Signorelli visto non come maestro ma come artista che suscita le attenzioni dell’urbinate». Tutta una sala della mostra è dedicata all’opera, che indica il passaggio alla maturità. Qui vengono mostrati al pubblico tutti i riferimenti critici, il Perugino e i dettagli, da notare la preziosità dell’abito del Santo, c’è l’influenza di Pintoricchio. L’iconografia classica presenta sempre San Sebastiano nudo trafitto dalle frecce.  «Questa invece è un’iconografia diversa, più colta, appartiene più all’ambito del ritratto e del paesaggio. Raffaello non drammatizza questa figura ma la rappresenta in assoluta calma. Dietro alle spalle di San Sebastiano appare un paesaggio meraviglioso, che dimostra che Raffaello è a conoscenza di quello che si sta muovendo nel mondo artistico dell’Europa del Nord. L’introduzione della tecnica della pittura a olio nel ducato di Urbino era alla portata di mano a causa dell’avveduta politica culturale sviluppata negli anni precedenti da Federico da Montefeltro».

La “Croce astile dipinta” proveniente dal Museo Poldi Pezzoli di Milano, donata al Museo nel 1982 da Margherita Visconti Venosta, è un oggetto di natura devozionale. «È un’opera precoce dell’artista, – conclude Maria Cristina Rodeschini – datata all’inizio del Cinquecento attribuita anche a Pintoricchio, per la sua preziosità, per la bulinatura che fa da sfondo sulla Croce in oro. Ma l’interesse di questa Croce è la qualità eccezionale del manufatto, a metà tra pittura e scultura. Non si sa la committenza che riconduce probabilmente a un ordine femminile di un monastero per i santi che sono rappresentati. Se lo stile riporta a Pintoricchio, la qualità della pittura è di straordinaria raffinatezza nel contesto in cui questi santi vengono raffigurati. Il dipinto rappresenta su di una delle facce il Cristo crocifisso circondato dalle immagini della Vergine, di San Giovanni Evangelista, di San Pietro e di Santa Maria Maddalena dipinte sulle estremità polilobate dei bracci, Sul verso, oltre alla figura di Cristo (il cui disegno è perfettamente sovrapponibile a quello della faccia principale), compaiono i busti di San Francesco, Santa Chiara, San Ludovico di Tolosa e Sant’Antonio da Padova»,

Raffaello e l’eco del mito

27 gennaio 2018 – 6 maggio 2018

GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea – Via San Tomaso, 53 Bergamo

Orari d’apertura: tutti i giorni, tranne il martedì: ore 9.30-19 – Biglietti: € 12 / € 10.

Informazioni: cel. +39 328 1292393 – e-mail: info@raffaellesco.it

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