Prime impressioni sul dopo elezioni. Prospettive incerte e possibili derive

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Luigi di Maio ha rivendicato per il M5S un ruolo centrale nella formazione del nuovo governo

Sotto l‘urto dei dati e a operazioni di scrutinio non ancora esaurite, soprattutto in ordine alla designazione dei titolari dei seggi, le riflessioni rischiano di essere intempestive o poco pertinenti. Ne serviranno di più meditate nei prossimi giorni. Intanto, si possono improvvisare alcuni spunti.

Governo impossibile e possibili desideri dell'”uomo forte al comando”

Non c’è governo possibile in un sistema definitivamente tripolarizzato, grazie alla legge elettorale. Si possono azzardare somme aritmetiche: M5S+Lega; M5S+PD. Ma non sono, al momento somme politiche, tali da portare al governo stabile del Paese. Dopo il fallimento del referendum del 2016, che ha trascinato con sé l’Italicum, questo è il risultato: l’impotenza dei partiti di formare un governo. Il tutto sarà affidato all’instabile volontà politica dei partiti. Quanto questo possa pesare sullo spread, destinato a salire, e perciò sul debito pubblico del Paese e perciò sulla stabilità dei mercati, si comprenderà a breve. E quanto sull’affidabilità europea dell’Italia si comprenderà a brevissimo. La Germania ha atteso da settembre di avere un governo e ora lo avrà; durante l’attesa, l’economia e le istituzioni hanno continuato il loro lavoro. L’impotenza dei partiti si potrebbe sanare solo per via di riforma istituzionale/elettorale, così che dalle urne possa uscire immediatamente un governo scelto dagli elettori. L’impotenza colpevole della politica porterà, di fronte ad un peggioramento delle condizioni economiche e finanziarie del Paese, a innescare movimenti che, a quel punto, chiederanno “un uomo forte al comando”, dopo aver respinto la proposta referendaria del governo istituzionalmente forte? E’ molto probabil

La società civile del Sud e lo Stato che deve fare tutto. Il M5S erede della vecchia DC

E’ cambiata la geografia politico-culturale della politica italiana. Il M5S eredita, al Sud, l’elettorato della prima Forza Italia e, prima ancora, della vecchia DC: un mix di rivolta, di domande di politiche assistenziali, di grandi nostalgie della Cassa del Mezzogiorno. La società civile meridionale cambia spalla al fucile, ma non muta nei decenni l’atteggiamento di fondo: è lo Stato che deve pensare a tutto. Il flusso di miliardi che dall’Europa e da Roma ha preso la strada del Mezzogiorno ha alimentato una cultura assistenzialistica e parassitaria. Le classi dirigenti meridionali hanno certamente intercettato a proprio vantaggio parte di questo flusso, ma per costruire la propria egemonia lo hanno distribuito in modo clientelare e corruttivo verso l’intera società civile meridionale. Per un verso si lamenta della corruzione e del clientelismo, per l’altro ci campa. Il rigore della spesa pubblica scelto da Roma, anche sotto la pressione europea, ha aperto il varco ad un’insorgenza assistenzialistica, che ha trovato il referente politico e antropologico nel personale politico del M5S. Il debito pubblico, se queste pulsioni si trasformassero in politiche di governo, è destinato a crescere in modo accelerato. Quanto al centro-destra, l’egemonia numerico-politica di Salvini chiude in modo definitivo l’era Berlusconi, del suo tentativo di costruire un polo liberal/conservatore in Italia, ormai minoranza. Il nazionalismo antieuropeista del leader leghista ha cambiato la cultura politica della Lega Nord. Come sarà possibile conciliare il Nord produttivo, aperto ai mercati internazionali, contrario ai protezionismi e alle dogane – che proprio in questi giorni Trump minaccia di imporre sui prodotti europei – con il Sud, che invoca protezione e spesa pubblica a go go?

PD. La difficile identità e la fragilità culturale di Renzi

Quanto al PD, si è definitivamente consumato l’equivoco e il pasticcio di una sinistra che pretendeva di seguire le ombre di Corbyn e di Sanders e, contemporaneamente, di stare nella scia di Macron. Una sinistra che per un verso si voleva rifare alla vetero-socialdemocrazia, su cui l’ultimo PCI si era attestato, e per l’altro aspirava ad una svolta socialista/liberale e cattolico/liberale. Le politiche di governo hanno risentito di questa ambiguità, da quelle sull’immigrazione, a quelle sulla sicurezza, a quelle della scuola, all’atteggiamento verso l’Europa, alle sbavature demagogico-populiste per inseguire il M5S. Il risultato delle elezioni, per un verso libera il PD, dopo un travaglio che durava dalla vittoria di Renzi alle elezioni europee del 2014, dalla vetero-socialdemocrazia alla D’Alema – sepolto dall’irrilevanza elettorale – e dal massimalismo storico, di vecchio e nuovo conio; per l’altro mette in evidenza la fragilità culturale e politica del gruppo dirigente, a partire dal segretario Matteo Renzi. Il cantiere del progetto PD 2008 di una fusione calda di forze cattolico-liberali, socialiste-liberali, ecologiste è tuttora aperto.

Non c’è dubbio: si annunciano giorni interessanti, direbbe la saggezza cinese.

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