I vincitori delle elezioni e l’asino di mio nonno

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Luigi di Maio, il vincitore delle elezioni del 4 maggio

Chi vince è sempre grande. Soprattutto chi vince le elezioni. La propria grandezza, che, di solito, fa parte delle convinzioni di chi ambisce governare il paese, riceve una solenne, grandiosa sanzione: il popolo conferma. Di Maio è grande, Salvini è grande. Poi ci sono i grandi piccoli: Renzi, Berlusconi. Poi i piccoli grandi: Fratelli d’Italia, forse, Potere al popolo, forse. Poi ci sono i piccoli piccoli: Liberi e uguali: sognavano il 10 per cento, si ritrovano a un misero 3 per cento.

Mi interessano in questo momento i grandi. Sono i protagonisti, infatti. Nella mia ingenuità di elettore mi domando come gestiranno il passaggio dalle grandi promesse di ieri alle poche cose che riusciranno a realizzare domani. Staremo a vedere.

Vorrei soltanto, sommessamente, notare una ovvia, scontata verità. I grandi, i vincitori sono nuovi e vecchi insieme. Nuovi perché adesso sono rappresentanti del popolo. Vecchi perché sono sempre loro, con il loro nome e cognome, con la loro faccia, i loro vezzi, tutto. Chi era bravo prima, resta bravo dopo: non diventa un premio Nobel. Chi era rozzo, rozzo resta. Chi era ignorante ignorante resta. Onorevole e ignorante.

A questo proposito, mi è venuto in mente un ammonimento che, molti anni fa, mi aveva fatto mio nonno. Mio nonno aveva un asino che si chiamava Bigio. Un giorno, quando il Bigio non era in forma e si ostinava a non tirare il carretto, mio nonno mi disse: “Vedi il Bigio? Io potrei mettergli dei finimenti di cuoio prezioso, tutti ricamati, con delle fibbie dorate…  Il Bigio sembrerebbe un altro. Invece il Bigio resterebbe sempre il Bigio e soprattutto resterebbe sempre un asino”. E si mise a menare fendenti sul povero Bigio che, poco convinto comunque, si rassegnò a partire con il suo carretto appresso.

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