Chi votare? Cinque criteri per scegliere

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Domenica finalmente si vota. Dopo una campagna elettorale di basso profilo, tanto urlata in televisione e sui social quanto povera di contenuti, imperniata più sugli slogans che sui programmi, il popolo italiano, a settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, sarà chiamato ad eleggere un nuovo Parlamento per governare il Paese. La percezione è che vincerà, ancora una volta, il partito degli astensionisti, composto dai molti che – in nome di un rancore diffuso e della critica ad un sistema politico incartato e inconcludente– decideranno di non recarsi alle urne e, nei fatti, di legittimare l’esistente.

Indecisi a tutto

Gli ultimi sondaggi dicono che ancora in questi ultimi giorni vi è una percentuale altissima di elettori che non sanno chi e cosa votare. Incerti se andare al seggio o stare a casa. Indecisi se scegliere il meno peggio e rinunciare al meglio. Da parte mia sono convinto, da tempo, che il candidato ideale e, soprattutto, il partito ideale non esiste. Come sostiene Francesco Costa:

Le elezioni non hanno a che fare con la scelta della miglior proposta possibile, bensì con la scelta della miglior proposta tra quelle disponibili sulla scheda elettorale. Esiste la possibilità che ci si trovi più o meno occasionalmente a votare non la proposta che ci piace di più ma quella che ci disgusta meno. La meno peggio. È sicuramente spiacevole ma non c’è da lagnarsi di chissà qualche coscienza macchiata. Se avete votato il meno peggio, è perché l’alternativa era ancora peggiore: e non c’è niente di cui vergognarsi nel fare la cosa giusta. Anzi: le cose giuste vanno fatte, punto. Le mollette usatele per il bucato.

Sull’ultimo numero di Civiltà Cattolica, la storica rivista dei gesuiti, a firma di Francesco Occhetta, è comparso un articolo che richiama cinque criteri per esprimere un voto responsabile. Vale la pena riprenderli e, magari, tenerli presenti quando domenica si entrerà in cabina. Io cercherò di farlo.

Cinque indicazioni per scegliere e per scegliere bene

1. Anzitutto, l’attenzione ai programmi dei partiti per scegliere quelli che costruiscono invece di demolire, che vanno oltre gli slogan elettorali e al di là di singoli temi della campagna elettorale. I programmi non sono neutri rispetto ai valori: il cittadino maturo ha il compito di calcolare i costi e le conseguenze di ogni scelta. La democrazia procedurale verso cui si sta andando esalta la correttezza del metodo e delle regole ma potrebbe giustificare azioni scorrete dal punto di vista etico. Hitler e molti altri dittatori sono saliti al potere rispettando tutte le regole formali ma hanno calpestato i valori. Non si tratta solo di metodi e forme, quindi, ma della sostanza di programmi che rimuovano le disuguaglianze nei grandi temi dell’agenda pubblica, come il lavoro, la giustizia, l’integrazione, la costruzione dell’Europa, la gestione dell’innovazione tecnologica, la green economy, la vita di una società povera di figli, in cui quasi una persona su quattro ha più di 65 anni.

2. Lo spirito costituzionale ci porta a un secondo punto: la scelta del candidato oltre lo storytelling. Contano l’esperienza amministrativa, la capacità di visione politica, le esperienze fatte, la trasparenza. In una parola, la sua affidabilità. Lo affermava Benedetto Croce: per amministrare occorrono non solo “onestà” ma “competenze specifiche”. Non politici perfetti ma credibili in quel che conta; non ciò che si promette ma “il cosa” si è realizzato e il “come” ci si è formati.

3. Un terzo criterio è quello della cultura costituzionale dei partiti e dei loro leader. Dai lavori della Costituente sull’art. 67 della Costituzione si comprende perché l’eletto debba agire senza vincolo di mandato, che significa assenza di legame e di interesse corporativo dell’eletto. I parlamentari, come tutti gli amministratori pubblici, sono portatori “soltanto” di un interesse generale. L’articolo 67 ha radici negli stessi valori costituzionali su cui si fondano l’indipendenza dei magistrati (anche dalla politica) e la separazione dei poteri dello Stato. Se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi, utilizzano i dati dei loro iscritti e sono promotrici di forme demagogiche di democrazia diretta.

4. Un quarto criterio è valutare le coalizioni di governo più che le coalizioni elettorali. La nuova pasticciata legge elettorale (che pochi elettori conoscono!), che introduce un sistema misto proporzionale e maggioritario, premia la rappresentanza sulla governabilità.

5. Ultimo criterio: la complessità del voto contro la sua semplificazione. Davanti al rischio di semplificare in «bianco o nero», occorre saper discernere le sfumature, perché la realtà è complessa. Non è possibile ridurla al nemico da combattere. Altrimenti prevarrà il fenomeno sociale definito “gentismo”, un sintomo del malessere del sistema, che porta a sentirsi soli contro qualsiasi rappresentante delle istituzioni, a indignarsi sempre e comunque, a scegliere qualsiasi forza politiche che prometta il cambiamento.

Lunedi prossimo capiremo se e quanto questi criteri sono stati presi sul serio. È in gioco la cura della nostra democrazia. Non tiriamoci fuori.

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