Cappellani sì, militari no

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Il tam tam è partito dalla Rete dopo che, con delibera dell’otto febbraio 2018, il Consiglio dei Ministri ha diramato uno scarno comunicato per annunciare l’approvazione dello “schema d’Intesa tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze Armate”.

Pax Christi: smilitarizzare i cappellani

Pax Christi – il movimento cattolico internazionale per la pace –  ha reagito subito scrivendo che “per ora le scarsissime notizie al riguardo non depongono a favore  di un buon risultato a proposito della smilitarizzazione dei cappellani per la quale da molti anni abbiamo sollevato la questione. Ci auguriamo che ci sia ancora possibilità di modificare questa intesa il cui contenuto sarà sottoposto alla firma delle due parti, Stato e Santa Sede, e dovrà essere recepito con apposito disegno di legge. Rinnoviamo la nostra disponibilità a riflettere insieme e a contribuire alla definitiva stesura dell’intesa in modo limpido e sinodale, anche per evitare si ripeta quanto è successo con la nomina di Papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano.”

Gli stipendi dei cappellani militari

In virtù di una legge del 1961, non rivista neanche dopo la firma del Concordato del 1984, oggi i cappellani militari sono equiparati a ufficiali delle Forze Armate. Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima (i dati sono presi dai bilanci dei Ministeri della Difesa e dell’Economia). Secondo L’Espresso l’arcivescovo Santo Marcianò, Ordinario militare, il cosiddetto vescovo castrense, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno. La riforma promessa parla di riduzione del numero dei cappellani: da 204 a 162. Gli stipendi invece rimangono gli stessi, sia per l’Ordinario che per il vicario generale (generale di divisione), per il primo cappellano capo (maggiore) e per il cappellano (capitano).

Appartenenza all’esercito e Vangelo

La questione, evidentemente, non è solo di natura economica. Come scrive padre Alex Zanotelli nell’editoriale di marzo di Mosaico di Pace:  “Chi ha voluto questa Intesa? Forse la Conferenza Episcopale Italiana? O forse l’Ordinario militare, il vescovo responsabile dei cappellani militari? Chiunque abbia deciso, una cosa mi sembra chiara: questa decisione è in contrasto con il magistero di papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma stride soprattutto con il Vangelo, perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. È questo che è avvenuto nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia. E per fare questo, il bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo contrasta con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture.”
Insomma, ci sono domande che è il caso di porsi. Perchè non basta marciare per la pace l’ultimo giorno dell’anno. L’annuncio evangelico è conciliabile con l’ appartenenza ad una struttura come quella militare, ancora più nella situazione attuale, in cui non esiste più un esercito di leva ma solo di professionisti?.  E ancora: Come conciliare Vangelo e stellette, coscienza e obbedienza a ordini militari e di guerra? Si può benedire una guerra? Perché una Diocesi Militare? E il comandamento non uccidere? L’amore per il nemico?
Con lucidità, don Tonino Bello, l’indimenticato vescovo di Molfetta di cui nei prossimi giorni ricorderemo il venticinquesimo della morte, in un’intervista del 28 giugno 1992 a Panorama sui costi economici relativi all’integrazione organica dei sacerdoti nelle strutture militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ecclesiale. Per lui era necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri” osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no”.

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