EffettoBibbia: «Donne forti e strani eroi. Il Libro dei Giudici». Una riflessione sul sacro e il potere, la politica, il male

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Molti ritengono, per sentito dire, che la Bibbia sia un libro edificante da cui attingere qualche regola di buona condotta; per risparmiare a queste persone dubbi e rovelli esistenziali, raccomanderemmo loro di evitare anche in futuro una frequentazione diretta delle pagine bibliche. Chi invece non volesse attenersi al nostro consiglio e fosse in cerca di emozioni forti, provi a soffermarsi – per esempio – sul Libro dei Giudici (Shophetim, termine che potrebbe essere meglio tradotto con «governatori» o «capi»), ambientato cronologicamente tra il 1150 e il 1050, tra la riconquista da parte del popolo di Israele della terra di Canaan e l’introduzione di un ordinamento monarchico, con la figura di Saul.

Nei 21 capitoli di questo libro, pregevolissimi per qualità letteraria, troviamo tra l’altro, nell’ordine: la truculenta descrizione dell’uccisione di Eglon, re di Moab, con una spada che penetra completamente nel ventre della vittima, tanto che «il grasso si rinchiude attorno alla lama»; la promessa scriteriata di un uomo, Jefte, che si impegna a offrire a Dio una vittima e finisce per scannare la sua unica figlia; una faida tra diverse tribù di Israele, in cui quarantaduemila Efraimiti, riconoscibili perché non sanno pronunciare bene la parola shibboleth, vengono massacrati lungo il corso del Giordano; l’entrata in scena del manesco Sansone, che conduce la sua ultima impresa in perfetto stile da attentatore-kamikaze, morendo sotto le macerie di un edifico insieme a migliaia di nemici Filistei. Come non bastasse, nel capitolo 19 ci viene raccontato l’episodio raccapricciante di un levita che prima abbandona a un gruppo di stupratori la sua «concubina» (il vocabolo pileghesh sta grossomodo per una moglie di secondo rango) e quindi taglia il corpo di lei – non si capisce bene se morta o ancora in vita – in dodici pezzi.

Che cosa ci stanno a fare, appunto, dei racconti del genere nella Bibbia? L’esegeta belga André Wénin prova a rispondere a questa domanda nel suo volume Scacco al re. L’arte di raccontare la violenza nel libro dei Giudici (Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 248, 26,50 euro): «È una fortuna che questo libro parli tanto della violenza – di quella degli uomini e di quella di Dio -, altrimenti trascurerebbe una delle realtà più pervasive del nostro mondo. Ora, se la Bibbia si propone come un cammino di umanità e una via verso Dio, non può eludere il reale (soprattutto se questo non ha nulla di ideale)». Considerazione lucida, quella di Wénin, ma tutt’altro che rassicurante: dalla lettura di Shophetim apprendiamo tra l’altro che né la «religiosità», né il sentirsi investiti di una missione divina di per sé mettono al riparo dall’eventualità di sprofondare nell’abiezione.

Ha come titolo generale Donne forti e strani eroi. Il Libro dei Giudici l’edizione 2018 della rassegna Effettobibbia, promossa come negli scorsi anni da un comitato per la cultura biblica a cui aderiscono le Acli, il Centro culturale delle Grazie, il Centro culturale protestante, la Fondazione Adriano Bernareggi, la Fondazione Serughetti La Porta, i Gruppi biblici di Bergamo e l’Ufficio diocesano per l’Apostolato biblico. Tutti gratuiti gli eventi del programma, che comprenderà conferenze, letture, concerti e rappresentazioni teatrali a Bergamo e in provincia fino al 28 aprile, con due repliche il 10 e l’11 maggio (il flyer può essere scaricato dal sito www.effettobibbia.it). Tra i prossimi appuntamenti, ricordiamo la conferenza di Giusi Quarenghi e Davide Gilardi su Debora, Dalila, Giaele e la figlia di Jefte (giovedì 12 aprile alle 20 e 45 a Villongo, a Palazzo Passi) e l’esecuzione dell’oratorio Jephte di Giacomo Carissimi (1605-1674) in un concerto di musica e parole con Miriam Camerini, Giovanni Duci e il Coro Antiche Armonie (sabato 14 aprile alle 20 e 45 nella parrocchiale di Villongo e domenica 15 alle 16 e 30 nella chiesa valdese di Bergamo, in viale Roma). «Il Libro dei giudici – affermano gli organizzatori della manifestazione – è uno dei libri più contraddittori della Bibbia. Parla di una comunità che non è più una comunità, di giudici che non sono in grado di giudicare, in una terra che è apparentemente loro ma che non possono possedere pienamente. È il racconto di persone che gradualmente ma inesorabilmente diventano “vuote”, di una marginalità che è politica, morale, spirituale e fisica. Eppure questo libro non ha mai cessato di affascinare per i personaggi che presenta, per la cruda riflessione sul potere, per il clima da “delitto e castigo” che vi domina».

Sempre riguardo al programma di Effettobibbia, ci pare di particolare interesse la conferenza che si terrà lunedì 16 aprile alle 18 a Bergamo, nella sede della Fondazione Serughetti La Porta (in viale Papa Giovanni XXIII, 30): il biblista e storico delle religioni Piero Stefani affronterà il tema L’apologo di Iotam. La politica nel Libro dei Giudici. Secondo un modello prevalente nel pensiero politico e giuridico moderno – da Thomas Hobbes a Carl Schmitt – l’anarchia e la violenza si diffonderebbero in mancanza di un potere statuale saldo, capace di disciplinare i comportamenti dei singoli e di prevenire, così, l’eventualità catastrofica del bellum omnium contra omnes, di un «conflitto di tutti contro tutti». Nella prima parte del Libro dei Giudici, invece, si afferma che proprio chi è chiamato a governare spesso alimenta il caos, mentre nella seconda parte del testo sembra prevalere una visione «filomonarchica» («In quel tempo non c’era un re in Israele – recita il versetto conclusivo del libro -; ognuno faceva quello che gli pareva meglio»).

Come si spiegano queste oscillanti valutazioni? «Il male deriva dal re – commenta in un suo articolo Piero Stefani -; il male erompe dalla mancanza di potere. Di volta in volta si è costretti a optare per il danno minore. Più avanti nella sua storia, Israele avrebbe individuato due vie alternative a questo angoscioso pendolo: la Torah (Legge) e il re messia figlio di Davide. Il primo riferimento è per oggi, l’altro riguarda sempre il domani. Neppure queste due prospettive sono esenti da involuzioni; tuttavia molte volte esse hanno costituito un argine contro i pervertimenti insiti nell’esercizio del potere. Trascritto in termini secolarizzati, tutto ciò ha qualcosa da spartire con la democrazia, la quale non vive a prescindere dalla saldezza del riferimento costituzionale e senza attribuire una valenza politica alla parola speranza».

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