Francesco il ribelle. Padre Enzo Fortunato: «Il Patrono d’Italia fu un anticonformista. Essere fedele a Cristo fu un compito rivoluzionario»

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Nella biografia “Francesco il ribelle” (Mondadori 2018, Prefazione di Pietro Parolin, pp. 121, 16,50 euro) il giornalista e Direttore della Sala stampa del Sacro Convento di Assisi, del mensile San Francesco Patrono d’Italia e del portale sanfrancesco.org, Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale di Assisi, racconta “Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia”, come recita il sottotitolo del testo.

Francesco d’Assisi (1181/1182 – 1226), autore del “Cantico delle Creature”, uno dei santi più popolari e venerati del mondo, nato Giovanni di Pietro Bernardone, Diacono e fondatore dell’ordine che da lui prese il nome, Patrono d’Italia con Santa Caterina da Siena, viene definito un ribelle dall’autore, anzi “un ribelle ubbidiente”, secondo la definizione del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano.

«Ed essere fedele a Cristo fu un compito rivoluzionario. Fu il compito di un anticonformista, di un ribelle – scrive Padre Fortunato, che nel 2012 ha ricevuto il premio internazionale per il giornalismo Biagio Agnes, nella biografia dedicata – Alla Fraternità del Sacro Convento di Assisi”.

Francesco, un uomo semplice che ha segnato la storia, e ha fatto della sua semplicità una straordinaria arma contro i benpensanti di ogni orientamento. Il figlio del ricco mercante di tessuti ha cambiato il mondo partendo dai piccoli, dai poveri, dagli scartati, dagli umili, da quegli ultimi cari al cuore di Papa Francesco, il quale non a caso ha scelto il nome pontificale di Francesco in onore del santo umbro, primo papa nella storia della Chiesa.

Padre Enzo da noi intervistato rievoca il linguaggio, i luoghi e i gesti del “ribelle” Francesco il quale otto secoli fa nutriva un sogno: “Servire totalmente il Signore, vivere secondo il Vangelo, ponendo riparo alla crisi del cristianesimo curiale, stretto tra corruzione ed eresie facendo”.  Quel sogno di San Francesco è il volto del cristianesimo delle prossime generazioni.

Padre Fortunato, il cardinale Parolin nella Prefazione scrive che la Sua biografia sul Poverello d’Assisi si differenzia dalle altre, perché ha una sua caratterizzazione specifica: è una lettura ecclesiale del santo di Assisi. Che cosa ne pensa?

«Credo che il Cardinale Parolin abbia colto bene il senso della trama dell’intera storia di Francesco, perché nell’umanità di San Francesco d’Assisi ritroviamo il progetto evangelico che Papa Francesco sta portando avanti per tutta la Chiesa, una Chiesa non chiusa nelle sue istituzioni ma povera e aperta all’incontro, capace di proporre appunto il Vangelo con la parola e con l’esempio».

Ha scelto come esergo del volume la frase di Albert Camus: “Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no!”. A chi dice no San Francesco?

«Francesco dice no a una società che vuole proporre un orizzonte fondato sull’individualismo, sull’egoismo e sul capitale economico. Francesco sogna una società fondata sulla capacità di comprendere e accogliere l’altro, sulla capacità di stare accanto all’altro e condividere con l’altro i beni del mondo».

Assisi è meta ininterrotta di pellegrini che cercano Francesco. Perché ancora oggi il santo attira tanta gente?

«Io direi che il nome di Francesco è accoglienza, il fascino che lui propone con la sua spiritualità, con la sua proposta cristiana, con la sua umanità è essere inclusivi. In questo senso egli fonda per primo l’ideale e la concretezza della fraternità basata sui valori sociali, cortesi del tempo, almeno quelli che erano presenti nella letteratura medievale, dove vigeva la regola dell’amor cortese e della capacità di donare ai poveri e a chi aveva bisogno di aiuto».

Scrive che “Francesco è l’uomo moderno, come moderna è la lingua che pratica e usa sia per la poesia sia per la predicazione”. La rivoluzione di Francesco insieme alla sua modernità sono articolate nei luoghi della sua predicazione, nel linguaggio e nei gesti?

«L’attualità di Francesco è nel linguaggio capace di parlare a tutti, l’attualità di Francesco è nei modi, capace di stare dove sta la gente, perché la Chiesa sta dove sta l’uomo. Se l’uomo si trova nelle strade, la Chiesa sta lì, è esposta lì. Mi viene in mente un’affermazione di Papa Francesco: “Dove c’è un uomo buono, c’è speranza”. La Chiesa dice che l’uomo buono può dare speranza e cerca questo uomo buono capace di sognare un mondo diverso. Infine, l’ultima modernità che riguarda Francesco è quella dei gesti, il gesto della prossimità è sempre un gesto moderno».

In queste pagine ha voluto mostrare al lettore tutta l’attualità del pensiero e dell’azione di Francesco nato otto secoli fa, mentre la Chiesa cerca ogni giorno di compiere quel cammino “in uscita” chiesto da Bergoglio?

«Sì, Francesco d’Assisi incarna, vive e propone quella Chiesa “in uscita” che Papa Francesco ha dettato nel suo manifesto pronunciato il 19 marzo 2013, San Giuseppe, pochi giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro, durante l’omelia della Santa Messa in Piazza San Pietro. Le linee operative di Bergoglio dettate quel giorno sono essenzialmente tre: l’amore per la pace, l’amore per i poveri e l’amore per il Creato. Francesco d’Assisi ci disse otto secoli fa come in concreto possiamo essere uomini di pace, uomini prossimi all’altro e come concretamente possiamo rispettare il Creato».

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