Giovani, precari e soli: ma non è vero che non si può fare nulla. Una bella sfida per la Chiesa e le comunità cristiane

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Giovani e lavoro: una bella sfida anche per la Chiesa. Venerdì 6 aprile a Bergamo si è tenuto il consiglio pastorale diocesano con focus principale sui giovani e sul ruolo che la Chiesa di Bergamo può giocare o ha giocato in questi anni.

Sono stati invitati a portare le loro testimonianze quattro giovani rispetto ad alcune tematiche importanti come il lavoro, la casa, il tempo libero e le affettività. In questo articolo riportiamo la testimonianza di un giovane che è intervenuto portandoci una sintesi di alcuni incontri rispetto alla tematica “giovani e lavoro” fatti con altri giovani provenienti da mondi diversi: chi diplomato, chi laureato, chi avvocato, chi psicologo, chi insegnante, chi commesso, chi giardiniere, chi pizzaiolo.

Dal confronto è emersa una situazione comune: molti arrancano, faticano, si trovano in condizioni di lavoro precarie, per poter ottenere uno stipendio dignitoso fanno più lavori, altri ancora invece dipendono ancora dalla famiglia. Il mondo del lavoro dei giovani è dominato dalla precarietà: ma che cos’è, concretamente, questa precarietà?

La precarietà è impegnarsi prima in uno stage curriculare, poi in uno extra curriculare, poi un contratto a progetto, poi forse un contratto stagionale o a tempo determinato, ed in questa carrellata di esperienze passano mesi, anni, in cui un giovane lavora, lavora e lavora, ma nonostante questo non può programmare il proprio futuro, perché non ci sono né le condizioni economiche né la stabilità per poterlo fare.

Per i giovani sta diventando quasi impensabile programmare la propria vita per periodi più lunghi di sei mesi o un anno. Molti di loro sono cresciuti con alcuni valori come la stabilità, la famiglia, l’avere una casa nella quale crescere e amare i propri figli, avere una vita sociale, coltivare le proprie passioni, ma il mondo del lavoro sta andando nella direzione opposta: viene chiesta elasticità, flessibilità, reperibilità, precarietà. Ma verso quale direzione si sta muovendo il mondo del lavoro per i giovani? Verso il totale disinteresse per i bisogni affettivi e sociali dell’uomo. Vengono richiesti sacrificio, impegno, dedizione, perseveranza, ma spesso senza nessuna garanzia economica e contrattuale, senza alcun ritorno tangibile in termini di stabilità lavorativa.

Purtroppo spesso bisogna mettere da parte i propri desideri e sogni ed essere disposti ad accettare qualunque condizione pur di non essere un disoccupato. Il lavoro è parte integrante della vita di ognuno di noi, ma sempre più spesso sta assumendo delle forme che ci tolgono dignità: stage non retribuiti, poi stage con rimborso spese, poi assunzioni per sei mesi a qualche centinaio di euro, e se non ti va bene non ti preoccupare, quella è la porta e avanti il prossimo, tanto qualcuno che lavora alle tue condizioni lo si trova. Nell’attuale mondo del lavoro i giovani non hanno alcuna protezione, sono la parte debole, avanzare richieste è difficile se non controproducente. Nessuno parla con loro, nessuno parla per loro, nessuno si fa avanti per loro. Ci sono casi in cui giovani, per aver chiesto un rimborso spese (nemmeno uno stipendio) sono stati scartati nella selezione di un lavoro. Colloqui di lavoro a ragazze trentenni in cui come prima domanda è stato chiesto se avevano intenzione di avere bambini. È sempre più richiesto di lavorare sodo, sgobbare, mangiare polvere e pedalare e i giovani sono pronti a fare sacrifici, ma un conto è farlo in un’ottica di crescita professionale, e un conto invece è farlo senza alcuna garanzia economica e contrattuale, senza alcuna tutela, senza alcun sostegno, solamente per permettere alle aziende di utilizzare e sfruttare risorse qualificate (i giovani) senza pagarle, in continuazione.

Un giovane di 27 anni con un contratto di lavoro a tempo indeterminato viene considerato fortunato.  Il lavoro non può essere considerato una fortuna, ma dovrebbe essere un diritto per tutti. Sempre più spesso un under 30 con un lavoro stabile è considerato un privilegiato. Il posto fisso sta diventando qualcosa di elitario, qualcosa di esclusivo. Non è un’immensa contraddizione considerare un diritto, cioè quello di lavorare, una fortuna, o peggio, un privilegio? Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi, ma è un diritto di tutti.

La Chiesa sa che in alcune azienda la maternità è malvista? Sa che i giovani fanno stage e stage e stage non retribuiti o per due spiccioli senza garanzie? Sa che i giovani non possono fare programmi sulla propria vita? Sa che i giovani che lavorano dipendono ancora dai genitori non per pigrizia, ma per impossibilità di sostenersi dal punto di vista economico?

Nel periodo in cui hanno appena terminato gli studi universitari, i ragazzi non sono preparati alle reali difficoltà che incontreranno, e si trovano in grande difficoltà. Nessuno ci prepara al fatto che ci aspettano anni di precariato, di instabilità, di impossibilità ad iniziare a fare progetti di vita.

Qui si crea uno spazio libero in cui la Chiesa potrebbe intervenire, per dare supporto ai giovani. La precarietà e instabilità lavorativa alla lunga creano anche instabilità emotiva, sfiducia verso se stessi e verso gli altri, apatia, frustrazione.

Papa Francesco ha definito la disoccupazione giovanile un peccato sociale.

La chiesa è una di quelle istituzioni che ha la forza di smuovere le cose. La chiesa ha i mezzi per sedersi al tavolo delle istituzioni per discutere su politiche del lavoro per i giovani.

Le istituzioni politiche stanno dimostrando disinteresse verso i giovani, che non lo faccia anche la Chiesa.

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