La storia di un’infermiera: “Così ogni giorno nei gesti di attenzione e di cura ai malati trovo segni di resurrezione”

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In occasione delle feste di Pasqua, vi proponiamo quattro storie bergamasche di resurrezione.

Mi fermo un attimo, guardo la vita trascorsa, il cammino intrapreso, i passi fatti e quelli mancati. La mia storia è quella di una giovane che, come tanti altri, cerca un posto nel mondo provando ad allargare gli orizzonti ma a volte accorgendosi che le nostre vedute restano ristrette. Ho inseguito un sogno, come ogni sogno dai risvolti mai scontati né certi. Nel 2007 ho iniziato il corso di laurea in scienze infermieristiche non sapendo bene dove mi avrebbe portato questa scuola ma con la certezza mi avrebbe guidato verso un lavoro che aveva a che fare con i grandi perché della mia vita. Ho proseguito con la laurea specialistica per avere possibilità lavorative più ampie. Fino a qua “tutto a posto”, ma poi mi sono ritrovata nel bel mezzo della crisi economica che ha cambiato gli scenari lavorativi. Le possibilità sembravano ridursi, la richiesta di competenze cresceva ma la domanda superava l’offerta e ci si trovava a scendere a compromessi e a ridefinire i sogni che all’inizio aiutavano a muovere passi entusiasti. Da qui è iniziato il percorso strano dei tanti cambiamenti, dei diversi concorsi in aziende pubbliche dove i posti che assegnavano rispetto ai candidati erano in un rapporto 1 a 100. E qui sono arrivate altre porte in faccia che mi hanno fatto rendere conto che nella vita servono capacità, impegno, studio e anche un po’ di fortuna. Sono stata in un Rsa e poi in due aziende ospedaliere in bergamasca e poi via per diversi mesi in centro Italia sino a quando sono approdata al Papa Giovanni dove attualmente lavoro a tempo indeterminato. Quante realtà diverse con tipologie di pazienti e di esperienze che continuano a rimetterti in gioco. Gli Stati vegetativi, la neurologia, il pronto soccorso ed ora bambini in situazioni davvero difficili. Al di là delle competenze tecniche e professionali che devono essere ottimali  mi accorgo di quanto preziose nel mio lavoro siano le relazioni che posso costruire con i malati e i loro parenti quando l’ospedale diventa la loro casa. È lì che sento di essere profondamente ripagata della fatica e del non senso che si avverte in questi luoghi. A volte torno a casa dopo un turno di lavoro che va ben oltre l’orario, stanca e con le grosse domande che nascono davanti alla malattia, al dolore e alla morte. Poi penso ai volti di quei bambini, delle mamme, dei papà, delle mogli, dei mariti, dei figli che ho incontrato di fianco al letto dei malati, loro mi ricordano che ogni gesto deve essere gesto di cura per fare la differenza. Che possiamo essere un pezzettino di resurrezione dentro a croci così grandi che a volte sembra di non riuscire a portare. Ci dicono che a volte non è importante l’esito di una malattia ma è più importante il percorso che siamo stati capaci di costruire assieme a chi è malato. Lì davvero si gioca la resurrezione e poco importa se alcune domande non avranno risposte dentro quella relazione di fiducia, dentro i gesti di cura mescolati di attenzione, empatia e sapere professionali senti la vita crescere anche là dove sembra che ti toglie dei pezzi. Allora ti riguardi in dietro e la fatica, le aspettative deluse, le porte in faccia non sono solo un triste corollario legato al lavoro ma piuttosto una vita che tenta sempre di continuare a decollare sapendo che non importa dove sei e cosa stai facendo ma come lo stai facendo. Il valore aggiunto è come decidiamo di vivere un esperienza per consentire di trasformarsi in esperienza di resurrezione. MC

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