Dopo le violenze a scuola. Il sistema educativo, storia di una catastrofe quotidiana

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Sono di questi tempi alcune choccanti notizie di cronaca: l’ingiunzione violenta di un alunno al proprio insegnante di inginocchiarsi di fronte a lui e di regalargli la sufficienza, il tutto postato su Facebook; un’intera classe di scuola media che sbeffeggia la propria insegnante disabile e legata su una sedia, postato come sopra; genitori che picchiano insegnanti e presidi; alunni che accoltellano gli insegnanti…

Molti ritengono, ma hanno pudore a confessarlo, che sarebbe molto utile tornare a praticare quello che, per parziale e scherzosa assonanza, veniva chiamato “metodo Pestalozzi”, di cui parecchie generazioni hanno fatto esperienza: l’uso degli scapaccioni. Altri hanno concluso, da tempo, che “la morte di Dio” ha portato alla morte dell’Autorità. Altri, più laicamente, parlano di “morte del padre” o, che è lo stesso, della “fuga del padre”. Si respira un’aria di rassegnata impotenza.

Anche le scuole sono sottoposte alla legge

Che fare? Intanto, le scuole dovrebbero prendere atto che esse non sono conventi/santuari medievali che godono di extraterritorialità, tale da potersi sottrarre all’esercizio del diritto penale: se un alunno o un genitore viola le fondamentali leggi della convivenza civile, è dovere delle autorità scolastiche chiamare i carabinieri e ricorrere alla magistratura! I ragazzi e i loro genitori devono imparare che la Legge protegge ciascuno, perché vieta e punisce. Né bastano puerili scuse. Gli Istituti scolastici fanno resistenza a procedure più severe, temendo di perdere il buon nome e di dover confessare un fallimento.

Ma non ci sono attenuanti. Procedere secondo la legge, è la prima elementare forma di educazione in atto alla cittadinanza e alla responsabilità: se sbagli, paghi! Che la repressione non basti per educare i giovani è un fatto, che non può essere tuttavia usato quale alibi. Se l’insegnante o chiunque sia offeso non può/non deve farsi giustizia da sé, tocca allo Stato, che dispone del monopolio legittimo della forza, fare giustizia a nome dell’intera comunità civile.

Il fallimento/ricostruzione dell’Autorità

Sì, l’Autorità è stata messa sotto processo con la rottura del ’68. Per la semplice ragione che le classi dirigenti dell’epoca avevano perso autorevolezza e capacità di persuadere. Non le hanno più recuperate. C’era un solo modo per ricostruire autorità/autorevolezza rispetto a movimenti giovanili che si credevano rivoluzionari e che proponevano confusamente riforme radicali: quello di farle. A tal fine, occorrevano capacità di invenzione, di rottura culturale e di assunzione di responsabilità. Al contrario, il Paese – classe politica e società civile – si è lasciato andare alla deriva, la sua mente si è chiusa in un laissez faire doroteo all’italiana, nel quale tutti sono liberi e irresponsabili, comprese le generazioni dei baby boomers, che hanno fatto il ’68, e che hanno prodotto a loro volta un’altra generazione – sono passati 50 anni! – la quale, a sua volta, ha prodotto quella dei millenials – i nipoti del ’68! – che oggi frequentano le nostre scuole, tutti anelli della catena dell’irresponsabilità educativa. Se ne accorsero per primi negli Usa. Il 26 aprile 1983, una Commissione, insediata da Ronald Reagan e presieduta da David Pierpoint Gardner, pubblicò il Rapporto A Nation at Risk, nel quale si elencavano numerosi indicatori di “educational risk”. Ma se il Rapporto denunciava i difetti dell’education americana, mosso quasi esclusivamente dalla preoccupazione che i giovani americani non fossero all’altezza delle sfide economico-sociali dell’epoca, il libro pubblicato nel 1987 da Allan Bloom – The Closing of the American Mind– prendeva più radicalmente di mira l’intero assetto ideologico dell’educazione liberale americana, reinterpretando il termine “education” nella sua accezione più europea: “…non è terrificante l’immoralità del relativismo. Ciò che è degradante è il dogmatismo con cui accettiamo questo relativismo e la nostra mancanza di preoccupazione rispetto al significato delle nostre vite”. Giacché l’educazione è esattamente questo: fornire a ciascuno i mezzi per definire la sua collocazione nella storia del mondo e nel suo presente. In questa collocazione consapevole consiste il processo di significazione della vita. Allan Bloom denunciava il fatuo “nichilismo senza abisso” respirato ormai a pieni polmoni nelle Università americane e proponeva una via d’uscita: “La reale comunità umana, in mezzo a tutti i simulacri autocontraddittori di comunità (ma non erano ancora arrivati i social!), è la comunità di coloro che cercano la verità, dei potenziali “conoscenti”, la comunità per principio estesa a tutti gli uomini che desiderano sapere”. Lo scrittore riprende qui la prima frase del Libro I della Metafisica di Aristotele.

La mente e la pancia dell’Italia

Ora, non sarebbe certo una forzatura se, traducendo quel libro in italiano – è stato fatto nel 2009 – ne riformulassimo il titolo come La chiusura della mente italiana, oggi giunta al micidiale punto di intersezione tra globalizzzazione e digitalizzazione.Una radiografia essenziale del nostro sistema educativo conferma che la dotazione delle conoscenze fondamentali dei “saperi di civiltà” dei nostri ragazzi – le quattro aree di Italiano, Matematica, Storia, Scienze – è straordinariamente povera. La deprivazione lessicale, già denunciata anni fa da Tullio de Mauro, la perdita della consecutio temporum e dell’uso del congiuntivo, del condizionale, dell’ottativo sono altrettanti segni di incapacità di vedere e di esprimere la profondità del proprio mondo interiore e la complessità del mondo “là fuori”. La dimensione della storia è sempre più assente, a dispetto dei programmi enciclopedici o, forse, proprio a causa di questi. Il ‘900 politico, culturale, filosofico è sostanzialmente lasciato incompiuto nella formazione intellettuale dei nostri ragazzi, la contemporaneità è considerata tabù, perché esposta al rischio di interpretazioni di parte. Il risultato più evidente è che intere generazioni camminano nel presente e si recano alle urne elettorali come sonnambuli, senza i filtri critici necessari per vagliare la massa di informazioni che traboccano dalla Rete e da cui sono travolte. Le scienze – dalla fisica moderna, alla biologia, all’antropologia – sono da sempre la cenerentola della formazione culturale del Paese. Quanto alla matematica, basta rinviare alle indagini comparative OCSE-PISA per documentare il livello miserevole di conoscenze/competenze del sistema scolastico italiano. Le quali sottolineano lo scarso senso critico/riflessivo dei ragazzi italiani e la loro scarsa attitudine al personale problem solving.

Le loro capacità relazionali profonde, non essendo alimentate dal sapere di civiltà, sono in caduta libera, prigionieri come sono dell’ego-globalismo dei social, che nega la consistenza ontologica dell’Altro, ridotto a occasionale destinatario delle proprie cattive emozioni. C’è da meravigliarsi del primato delle emozioni rispetto al sapere, delle fake news rispetto a informazioni verificate, della rabbia iconoclasta, della presuntuosa ignoranza orgogliosamente esibita, dell’affermarsi di una “démocratie des credules”? La scuola gentiliana si proponeva come braccio educativo della nazione-stato, più forte dei singoli, più forte delle famiglie. Di quella scuola, abbiamo liquidato l’ideologia statal-hegeliana, purtuttavia mantenendone la struttura amministrativa centralistica sempre più stracciona. Abbiamo trasformato gli insegnanti da funzionari dell’Assoluto in modesti e frustrati travet di Stato, cui non è attribuita dignità sociale. Ma la pars construens non è mai più arrivata, sostituita dal “dirittismo” e da una fragile democrazia del politically correct. Solo macerie? Certo che no.

Mille rigagnoli educativi partono dalle scuole, dai punti sorgivi della società civile, dalle sue auto-organizzazioni, dai mass-media, dalle famiglie, dalle parrocchie. Quei luoghi funzionano come altrettanti ospedali da campo per un Paese piagato dal nichilismo, dallo scetticismo, da emozioni violente e feroci. Ma toccherebbe alla politica, che rappresenta la Nazione, scavare l’alveo di un progetto comune, affinché le acque non si impaludassero. Per costruirlo la politica dovrebbe interrompere la gara del parlare (!?) alla pancia del Paese invece che alla sua mente.

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