«Muri» in scena al Teatro Sociale: l’eredità della legge Basaglia nel racconto di un’infermiera

0

Quale segno e quale eredità ha lasciato la legge Basaglia che quarant’anni fa decretò la chiusura dei manicomi? Si muove in questo spazio lo spettacolo “Muri”, in scena dal 19 al 21 aprile al Teatro Sociale (ore 21), in chiusura della Stagione dei Teatri della Fondazione Teatro Donizetti. E’ un intenso monologo interpretato dall’attrice Giulia Lazzarini: getta uno sguardo all’interno dei manicomi prima e dopo la legge. Il testo e la regia sono di Renato Sarti, triestino, che ebbe modo di conoscere da vicino Franco Basaglia e il suo lavoro. Scene di Carlo Sala. Musiche Carlo Boccadoro. Disegno luci Claudio De Pace. Produzione Teatro della Cooperativa in coproduzione con Mittelfest, con il sostegno di Regione Lombardia – progetto Next e della Provincia di Trieste. Durata 1 ora senza intervallo. Biglietti da 25 a 31 Euro, ridotti da 20 a 24 Euro.
«Questo testo – racconta Renato Sarti – nasce in primo luogo dalla mia esperienza personale. Sono nato a Trieste e il manicomio è anche storia di famiglia: avevo uno zio che eccedeva un po’ con l’alcol alternava momenti di grande spasso a momenti di sfacelo. Ricordo che è stato internato e poi è morto lì. E poi ho altri bei ricordi legati all’inizio della mia carriera teatrale. Avevo cominciato da poco a fare l’attore in un piccolo gruppo quando la direzione dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale ci concesse l’uso del teatrino situato nel comprensorio manicomiale. La condizione era che tenessimo sempre la porta aperta perché alle prove e agli spettacoli potessero avere libero accesso gli utenti. Ho avuto la fortuna di conoscere tante persone in quel periodo, e tra loro c’era Brunetta, una ragazza lobotomizzata, che aveva marchiata sul volto tutta la violenza di cui le istituzioni sono capaci: pochi denti, occhi infossati, cicatrici sulla testa. Insieme a una parte del cervello le avevano tolto anche la capacità di camminare diritta e l’uso della parola. Ciondolava in avanti, tenendo le braccia a penzoloni, e si esprimeva a mugugni. Spesso si sedeva con noi alla ricerca di una sola cosa: l’affetto, che per anni le era stato negato, e ricambiava ogni nostra attenzione aprendosi in un sorriso che, nonostante fosse sdentato, era meraviglioso. Nel ’74 mi sono trasferito a Milano. Brunetta non c’è più da parecchi anni, ma i suoi sguardi e la sua storia fanno indelebilmente parte della mia. Questi incontri hanno lasciato un segno profondo nella mia vita e nella mia attività». Lo spettacolo “Muri” attinge in particolare a una serie di testimonianze di persone che avevano lavorato nell’ospedale psichiatrico prima e dopo la legge Basaglia, come Mariuccia Giacobini: «Era un’infermiera – spiega Sarti – , entrata nell’ospedale psichiatrico molto prima dell’entrata in vigore della legge, e quindi conosceva tutto il percorso dall’interno, aveva visto, ma non condiviso tutti gli orrori, le violenze, i maltrattamenti ai danni dei malati psichiatrici. Per lei il cambiamento portato da Basaglia era stato molto profondo anche a livello personale: aveva rivoluzionato completamente il suo mondo e la sua storia. Mariuccia ha poi continuato a dedicarsi ai malati psichici per tutta la vita, fino all’ultimo ha lavorato in una cooperativa di sartoria che offriva una possibilità di impiego alle pazienti». Sarti individua uno stretto legame tra l’atteggiamento di Mariuccia e il carattere di Giulia Lazzarini, l’attrice che l’interpreta sul palcoscenico: «Hanno in comune il forte impegno sociale, il rispetto verso la sofferenza». Questo spettacolo ha molto da dire anche oggi: «La situazione nell’ambito del disagio psichico è tutt’altro che positiva, cresce tra i giovani l’uso di alcol e psicofarmaci. In giro per il mondo si sono moltiplicate le leggi ispirate alla visione di Basaglia, che non si concentra soltanto sulle terapie mediche, perché da sole non bastano, ma sulla vicinanza umana, sulle attività di coinvolgimento che coinvolgono il teatro. Sono grato a Franco Rotelli e Peppe dell’Acqua, che proseguono oggi il lavoro di Basaglia, per l’aiuto che mi hanno dato nel mettere a punto lo spettacolo». Renato Sarti ha scritto un nuovo spettacolo che coinvolge anche Bergamo da vicino: «Matilde e il tram per San Vittore», con Maddalena Crippa, Debora Villa e Rossana Mola, tratto dal libro di Giuseppe Valota “Dalla fabbrica ai lager”. Realizzato con la collaborazione di Anpi e con il sostegno di Aned (Associazione nazionale ex-deportati nei campi nazisti) racconta la storia degli operai dei grandi stabilimenti del milanese che dopo gli scioperi del 1943 vennero deportati a centinaia. «Uomini e donne – racconta Sarti – che si opposero al fascismo e al nazismo pagando un caro prezzo. Molti di loro furono detenuti nella caserma Umberto I di Bergamo, e furono aiutati dai residenti della zona con doni generosi di cibo ma soprattutto con una preziosa opera di “postini”. I bergamaschi raccoglievano i biglietti che loro gettavano dalle finestre e li recapitavano alle famiglie, a casa, rimaste senza notizie. Così molti riuscirono a ristabilire un contatto. Sono storie che meritano di essere ricordate oggi, in un periodo in cui razzismo, xenofobia e populismo sembrano tornare ancora in auge».

Share.

Lascia un commento