Quando il cinema racconta gli umili tra polvere e fango c’è anche una scintilla di divino

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“La ricerca del divino nel cinema” è il sottotitolo del volume “Luce in sala” (Àncora Editrice 2018, Collana “Crocevia”, Prefazione di Adriano Aprà, pp. 200, 18 euro), di Virgilio Fantuzzi. Il testo raccoglie gli interventi pubblicati di recente su “La Civiltà Cattolica”, rivista nella quale il religioso scrive dal 1973 a oggi esercitando il ruolo d’interlocutore con gli autori del cinema italiano ed estero.
Padre Virgilio Fantuzzi “gesuita del cinema”, firma storica della rivista, nato a Mantova nel 1937, nella metà degli anni Sessanta, affiancatosi ai giovani critici che si riunivano nella redazione della rivista “Cinema & Film”, è entrato in contatto con i grandi maestri del cinema quali Roberto Rossellini, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini. Seguendo la lavorazione di diversi film e osservando dal vivo come funziona la macchina della produzione, Fantuzzi, divenuto sacerdote nel 1969, ha imparato una lezione fondamentale: “Il cinema aderisce alla realtà, quella esterna come quella interna, con una forza ignota alle altre forme espressive”.
In queste pagine, composte di dieci capitoli, Fantuzzi ha riversato la sua lunga esperienza di critico cinematografico cercando una traccia di divino nel cinema, approfondendo l’esperienza di alcuni tra i maggiori registi italiani, tra i quali Paolo e Vittorio Taviani, Ermanno Olmi, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, portando alla luce quei semi di trascendenza che a volte gli autori hanno sparso, in maniera più o meno evidente, nelle proprie pellicole.
Come un novello Virgilio, Fantuzzi, grazie anche alla macchina da presa presente nella cover del testo, fa intravedere forte e chiara al lettore quella luce che illumina il cinema italiano, che contiene in sé capolavori assoluti. Perché quando si accende la luce al termine della proiezione, lo spettacolo continua nei nostri ricordi, nelle nostre sensazioni e percezioni.
“Dall’occhio allo schermo, al proiettore, alla macchina da presa il cui obiettivo è puntato sulla realtà. Questo è il cinema”, così sintetizza Virgilio Fantuzzi, da noi intervistato.
Nella filmografia di Rossellini, Pasolini e Fellini vi è spesso un’attenzione particolare verso gli ultimi, gli umili tra “polvere e fango”. Ce ne vuole brevemente parlare?
«Quando si parla della filmografia di Rossellini, si parla della guerra e dell’immediato dopoguerra. Parlare della guerra per Rossellini significa mettere a fuoco le vittime del secondo conflitto mondiale, cioè gli ultimi e gli umili del momento: donne, bambini, i perseguitati, i prigionieri, i torturati. Nel dopoguerra la faticosa rinascita, parlo di rinascita e non di ricostruzione, perché Rossellini era molto attento all’aspetto interiore, e non tanto all’aspetto materiale, che pure c’è. Per quanto riguarda Fellini teniamo presenti i suoi due film in bianco e nero con Giulietta Masina, cioè “La strada” (1954), l’opera che diede notorietà internazionale al regista e che nel 1957 vinse l’Oscar al miglior film straniero e “Le notti di Cabiria” (1957), Premio Oscar come miglior film straniero 1958. Se possiamo definire Gelsomina, uno dei due protagonisti di “La strada” come un granello di polvere, Cabiria è addirittura uno schizzo di fango. In queste due pellicole Fellini pone l’attenzione su personaggi che sono feriti moralmente oltre che materialmente. Pasolini non ha fatto altro che andare a cercare persone umiliate e offese dalla vita e dalle circostanze che allora vivevano segregate nelle borgate, persone che lui ha conosciuto. Ricordiamo che Pasolini visse a lungo in una borgata vicino a Rebibbia, a Ponte Mammolo».
Che cosa accomuna capolavori come “Il Vangelo secondo Matteo”, “La strada” o “Francesco giullare di Dio”, sta nel fatto che l’obiettivo è sempre puntato sulla realtà?
«Possiamo considerare queste pellicole come tappe estremamente significative nell’ambito di una cinematografia religiosa. “Francesco giullare di Dio” è film del 1950 diretto da Roberto Rossellini che mette in scena alcuni episodi tratti da I fioretti di San Francesco e dalla Vita di fra’ Ginepro, uno dei discepoli del santo di Assisi. Da notare che nel film appaiono autentici frati francescani, l’unico attore è uno strepitoso e istrionico Aldo Fabrizi che svolge il ruolo di un tiranno dell’epoca, un autentico “bestione”. La pellicola “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) di Pasolini, è incentrata sulla vita di Gesù come è descritta nel Vangelo secondo Matteo. “La strada” non è di argomento esplicitamente religioso ma è stato citato in diverse occasioni da Papa Francesco indicando la componente francescana. “Il film La strada è imbevuto di spirito francescano” ha detto Bergoglio».
Che ricordi conserva della Roma della metà degli anni Sessanta, quando trascorreva molte notti in giro per la Capitale insieme a Rossellini, Pasolini e Fellini per parlare della settima arte?
«Negli anni Sessanta ero uno studente religioso, frequentavo i corsi di Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Mi interessavo seriamente di cinema e non avevo la possibilità di frequentare una scuola di cinema, allora c’era soltanto il Centro Sperimentale e non avevo nessuna possibilità di iscrivermi. Allora per imparare qualcosa di cinema mi sono permesso di bussare alla porta di grandi maestri, quali Rossellini, Pasolini e Fellini e loro hanno avuto l’amabilità di ricevermi e di ascoltarmi. Avevo il vantaggio dell’ignoranza, perché come studente potevo presentarmi per chiedere qualcosa a qualcuno che sapeva. Ho avuto dei rapporti da discepolo a maestro con questi tre grandi cineasti. Li andavo a trovare a casa loro, nei loro studi o sul set quando lavoravano, sia lavorassero a Cinecittà, come Fellini, sia all’aperto. Ricordo Pasolini che girava una scena al Colosseo, il film collettivo si chiamava “Le streghe” (1967) e Pasolini girava l’episodio “La terra vista dalla luna” con Silvana Mangano che minacciava di gettarsi dal Colosseo. Sotto c’era una folla di curiosi e di comparse. Ho passato delle giornate e anche nottate, soprattutto con Fellini, magico vederlo lavorare con la troupe, e tornare a casa la mattina dopo. Una troupe molto colorita, festosa, fastosa. Andare a trovare Fellini a Cinecittà era come partecipare a una festa piena di colore».
Desidera lasciarci un parere sul cinema italiano contemporaneo?
«Avendo superato gli ottant’anni, forse da parte mia c’è un atteggiamento un po’ senile, sento una profonda nostalgia per il cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, quando mi pareva che il cinema italiano avesse raggiunto una grandezza a livello mondiale. Fellini competeva con i grandi del cinema mondiale per vincere gli Oscar. Sono orgoglioso di aver potuto partecipare di persona, seppure in posizione marginale, a questa stagione. Ma c’è qualcosa di grande anche nel cinema italiano contemporaneo, mi riferisco a Marco Bellocchio, per esempio. Ermanno Olmi l’ultima volta che l’ho sentito al telefono stava lavorando alla moviola. C’è da dire che ora non ci sono più quei produttori di una volta disposti a mettere i capitali».
È d’accordo con il giudizio dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences che assegna gli Oscar?
«L’ultimo film che ho visto è “La forma dell’acqua”, il film di Guillermo Del Toro che racconta la storia d’amore fra una donna e una mostruosa creatura acquatica ambientata negli anni Sessanta negli Stati Uniti della Guerra fredda, premiato come miglior film, migliore regia, migliore scenografia e migliore colonna sonora. È un film che è piaciuto a tutti, che piace a tutti e che non può non piacere. Un film spettacolare, una fiaba, pieno di notazioni di contenuto che vanno tutte nella direzione giusta. La protagonista, una donna delle pulizie, una specie di Gelsomina, qui torniamo al discorso precedente del granello di polvere, handicappata perché muta, ha un’amica di colore in un contesto dove in America era pienamente attiva la lotta per i diritti civili. Tutto qui è a favore della diversità, è un film sul mostro. Negli Stati Uniti negli anni Cinquanta il mostro era visto nei film come un pericolo e un elemento negativo, e quello che andava a caccia del mostro era l’eroe. Ne “La forma dell’acqua” quello che esercita il potere forte sul mostro, invece di essere l’eroe positivo, è l’elemento negativo al quale il mostro si contrappone come elemento positivo. Un totale capovolgimento di quello che era lo schema di una volta, il premio come miglior film quindi dimostra la capacità dell’Academy di rinnovarsi».

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