Quei blogger annientati dalla mancanza di successo: la spia di una società digitale senza bussola

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Che cosa rende Youtube più pericoloso, l’eccesso di violenza nei video o l’illusione del successo? La risposta non è facile né immediata come potrebbe sembrare. Quello dei social network è un mondo pieno di paradossi: un luogo apparentemente libero ma anche quello dove sono più forti i condizionamenti politici, psicologici, economici. Un terreno di incontro, dialogo e di connessione, in cui però si attuano scontri feroci, e le persone lasciano emergere il peggio di sé. Una rete che moltiplica all’infinito le possibilità, ma allo stesso tempo crea solitudine ed emarginazione. Genera, soprattutto, l’illusione di avere tutto a portata di mano, compreso un facile successo, compreso il benessere economico: questo amplifica il senso di frustrazione quando invece si scopre una realtà diversa, difficile, in cui per realizzare un sogno ci vogliono comunque impegno e sacrifici. Questo può rendere i giovani “nativi digitali” come giganti dai piedi d’argilla: fragilissimi sotto l’apparenza “robusta”.
Così accade soprattutto per Youtube, che per i ragazzi e i giovani millennials è la nuova televisione. Chiunque, con i mezzi che ha, può aprire un canale e tentare la fortuna: a determinare il successo è il contatore delle visualizzazioni. Ci si trova di tutto: documentari, musica, tutorial di ogni genere – dal make up alla cucina – guide (gettonatissime) per i videogame, videorecensioni, notiziari, parodie. Le regole ci sono, ma non bastano a proteggere gli utenti dagli eccessi. Non solo quelli più eclatanti, come quello della youtuber iraniano-americana Nasim Aghdam, 39 anni, che l’altro ieri in un cortile esterno del quartier generale di YouTube a San Bruno, in California, negli Stati Uniti, ha sparato a tre persone – colpevoli soltanto di lavorare lì – perché si sentiva boicottata e censurata, e incolpava il colosso del web di ostacolarla, impedendole di ottenere il successo che – a suo parere – meritava. Non protegge, dicevamo, dall’eccesso di violenza, né dalla mancanza di trasparenza che sta diventando un problema significativo per i colossi del web: cosa determina gli algoritmi e in che modo possono essere usati e manipolati per favorire alcuni soggetti e penalizzarne altri? A chi spetta il controllo dei dati? Molte domande, molte questioni etiche, risposte ancora poche. E poi quell’illusione di “successo facile”, di poter diventare ricchi e famosi senza troppa fatica, senza più nemmeno il “filtro” della selezione per merito, perché l’apprezzamento popolare segue regole proprie. Ecco perché la buona gestione e il buon utilizzo di questi canali stanno diventando una questione cruciale dal punto di vista educativo, sociale, economico, politico, che per di più sfida la globalizzazione e cerca forme che rispettino le diverse esigenze dei Paesi sui quali questi mezzi insistono. Anche in queste “zone di confine” – nonostante le apparenze – si può esprimere un ideale di futuro a misura d’uomo e di “vita buona” per tutti.

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