Sulla Soglia con la Fuci: un incontro per aprire gli orizzonti sulle persone che incontriamo

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Dallo sguardo dentro di noi, all’alto verso Altro, per poi incrociarlo con quello dell’altro, questo è stato il percorso che gli incontri “Sulla Soglia” hanno tracciato durante gli incontri passati e venerdì sera (ore 18, nella Chiesa di Sant’Andrea in via Porta Dipinta) saranno don Roberto Trussardi, designato direttore della Caritas di Bergamo e la professoressa Stefania Gandolfi, responsabile della cattedra Unesco “Diritti dell’Uomo ed Etica della Cooperazione Internazionale” dell’Università di Bergamo a parlare de “I giovani e l’altro”, testimoniandoci come questo ultimo sguardo abbia raccolto le sfumature dell’altro nella loro vita.

Ho parlato di sguardo, perché è parte essenziale di un volto, in quella parte del viso è racchiuso tutto il colore del nostro mondo, e solo quando si è capaci di “mettersi nello sguardo dell’altro” si è empatici.

Si mettono all’opera insieme occhi e mani, le proprie, non quelle degli altri, perché prima di amare qualcuno dobbiamo essere stati amati, aver ricevuto quella cura così essenziale da convincerci che si debba anche distribuire a qualcuno fuori dal nostro ambito e farlo gratuitamente.

Un antico detto dice: «Le mani che aiutano sono più sante delle mani che pregano», mi ci sono sempre trovata molto, perché camminando lungo via Gavazzeni, dai cancelli della Caritas a quelli del Patronato San Vincenzo, dove è racchiusa anche l’associazione Vittorino Chizzolini, mi sono sempre chiesta quale fosse il motore, la forza che potesse sostenere tante mani per lavorare insieme e affrontare ogni giorno la sfida di aprire gli occhi per allargare il proprio campo visivo.

Ho conosciuto bene queste realtà, alla Caritas mia madre è stata volontaria per anni, al Patronato sto svolgendo il mio tirocinio curricolare di cui ho abbondantemente finito le ore – ma continuo a temporeggiare sulla consegna dei documenti per poterci rimanere – e don Giovanni insieme alla professoressa Gandolfi ci hanno sempre affascinato con i racconti dell’Associazione Vittorino Chizzolini.

Per quanto le conosca, parlare delle strutture mi sembra che mi allontanino e mi facciano perdere il focus, e per questo torno a casa, anzi in famiglia. Torno ad una casa, piccola, ma che in questi anni ha oltrepassato mille confini, nonostante le fondamenta solide.

Si trova accanto alle Sorelle Clarisse in Via Lunga, ospita le persone fragili che hanno bisogno di cure in ospedale e devono fermarsi a Bergamo per un tempo indefinito, all’inizio erano tanti italiani, ma ora sono sempre più stranieri: africani, pakistani, bielorussi che arrivano con niente, se non la fede e la speranza nell’altro, sia questo un volontario o un medico.

Grazie a quei quattro muri ho camminato le mille strade del mondo, ho sentito storie che sembravano trame di film o di romanzi di Hosseini, ed ho dovuto imparare che per prendermi cura di loro, dovevo essere figlia, sorella e madre.

E mentre i volontari si affacciano all’altro scoprendo se stessi, le sorelle Clarisse pregano per ogni singolo frammento di mondo che entra dalla porta accanto a quella del loro monastero.

Sono in clausura, ma rivolgendo lo sguardo verso l’Altro riescono a prendersi cura di ogni lontano ma che per quel breve periodo è tanto vicino a loro.

Guardando a questa Chiesa che esce pur restando a casa, in clausura, recupero commossa la fede, perché è questa cura dell’altro il motore di tutto e da giovane posso finalmente risentire il profumo del Vangelo.

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