Com’è difficile, nei fatti, educare alle differenze per combattere l’odio

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Sabato mattina mi sono svegliata presto, come capita sempre, quando hai l’occasione di rimanere nel letto alla fine finisci di alzarti prima del solito ed essere addirittura più produttiva.

Avrei dovuto immaginare che non sarebbe stato un sabato come gli altri, in quel sabato saremmo tornati tutti un po’ bambini, perché gli occhi si sarebbero incollati davanti agli schermi per ascoltare la favola dell’attrice americana che sposa il ribelle principe inglese, nel suo abito bianco di Givenchy con il coro gospel che canta “Stand By Me” e i cavalieri della Regina.

In tutto questo tripudio un altro giubileo, Papa Francesco, anche lui probabilmente svegliato di buon mattino, annuncia che il prossimo 14 Ottobre il nostro Papa Paolo VI sarà Santo, festa per tutta la FUCI, che in lui ha un fucino, un fratello, un padre e un angelo custode.

Avrei dovuto studiare, ho un esame fra 4 giorni tanto incomprensibile quanto il gaelico, ma in questo sabato così particolare non potevo rinchiudermi in casa e quindi chiudi i libri, molla tutto e si va al Bergamo Pride.

“Educare alle differenze per combattere l’odio” questo era lo slogan dell’evento, non viva gli omosessuali, le famiglie arcobaleno, i trasgender eccetera, ed io, che dal diverso sono sempre restata incuriosita e affascinata e credo nella forza dell’educazione quale mezzo per costruire un mondo migliore come potevo mancare?

Mi sono infilata nel corteo, ho incontrato compagni di università, amici della mia città, vecchi compagni di scuola, sì, se ve lo state chiedendo ho incontrato anche colleghi attivi nei miei ambienti di servizio pastorale, ed è stato bello, perché ognuno camminava per un motivo diverso.

Ho ballato, ho stretto mani, ho conosciuto volti e storie, del mondo LGBT ma anche dei ragazzi di Almè che camminavano contro il razzismo e quelli di Toolbox, la parte giovane della CGIL, contro le discriminazioni sul lavoro.

Non mi sono sentita estranea o fuori posto, ero felice e sono tornata a casa arricchita, un vero incontro è quello che ti lascia qualcosa altrimenti sarebbe stato solamente un passaggio.

Non voglio entrare nel merito della morale, davanti alla dottrina mi sono sempre sentita una mendicante di fronte ad un hotel a 5 stelle e sebbene una volta un prete mi abbia detto che un giorno sarei diventata il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, beh preferisco lasciare queste questioni a Monsignor Ladaria, io sarei un’anima troppo libera e complicata per stare in quel ruolo.

Stando dentro il pride, però, mi sono chiesta: Cosa c’è da riparare? Si sta comunque parlando di amore per il prossimo e – seppure con le dovute differenze e distinzioni – non mi sembra che sia poi così lontani da quello che dice il Vangelo, mi sono mischiata tra la folla e nessuno mi ha giudicato, non mi hanno messo un’etichetta pesante addosso, ero Giulia e pienamente libera di essere e di restare lì, anche da credente, senza giudizio.

Camminavo e non ero al pride solo per curiosità, ma avevo in fondo anche io un motivo, perché essere Giulia, giovane e donna in una Chiesa di uomini non è sempre facile, ci sono stati momenti in cui ho dovuto mettere delle maschere, ingoiare rospi e accettare compromessi, mi hanno aiutato a crescere, ma non sono sicura che fosse giusto così.

L’ho già detto, con la morale e la dottrina non mi trovo proprio, ma sono sicura che Dio ci sia anche al Pride, perché Dio è dove si trova amore e rispetto, non dove dei finti omini bianchi guardano agli altri come vasi rotti da riparare con giaculatorie.

Per questo decido di chiudere questo pezzo, che racconta un sabato di maggio con le parole di Krzysztof, un teologo la cui storia, per i casi strani della vita si è incrociata con la mia.

“E quella notte avevo visto Dio che mi amava, mi abbracciava, mi accettava, perché mi comprendeva. Io, esperto di Dio e di tutto ciò che è divino e…omofobo al contempo, avevo visto finalmente Dio. Avevo incontrato un uomo, ma avevo visto Dio”.

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