Il Giro d’Italia parte da Gerusalemme. Segno di speranza e omaggio a Gino Bartali

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Si avvicina il momento storico della partenza del Giro d’Italia 2018, che il 4 maggio 2018 per la prima volta prenderà il via addirittura da Gerusalemme per arrivare il 27 maggio a Roma. Saranno tre le tappe che si correranno nello stato di Israele, la prima un prologo a cronometro di circa dieci chilometri attorno a Gerusalemme, la seconda e la terza in linea con arrivo a Tel Aviv e a Eilat.
Ora, prima di fare alcune valutazioni sul significato politico di questo avvenimento, occorre fare una premessa sportiva: la RCS è la società organizzatrice del Giro d’Italia e proprietaria della Gazzetta dello Sport, da cui il colore rosa della maglia del leader. Non è certo la prima volta che RCS sceglie di far partire il Giro d’Italia dall’estero, fatto che ormai si ripete regolarmente almeno ad anni alterni anticipando semplicemente la partenza (che solitamente avviene nel primo sabato di maggio) al venerdì precedente, aggiungendo un giorno di riposo il lunedì dopo le prime tre tappe per consentire il trasferimento in Italia. Gli esempi più recenti sono state le partenze dall’Olanda (2016), dall’Irlanda (2014) e dalla Danimarca (2012). Potrebbe sembrare un controsenso (e in effetti lo è) quello di far partire una corsa che si chiama “Giro d’Italia” al di fuori dei confini nazionali, ma spesso gli sconfinamenti sono motivati da ricorrenze simboliche: nel 2000 per celebrare l’anno del Giubileo si era partiti da Roma con un prologo che arrivò in piazza San Pietro, o nel 2005 dal Belgio per ricordare la tragedia di Marcinelle. Ora, non è un mistero che più che le ricorrenze a muovere la carovana rosa siano le offerte economiche che le città o i Paesi di volta in volta fanno a RCS: non è un caso che spesso siano state scelte zone come il Benelux o la Danimarca, dove il ciclismo è una religione più che uno sport, e il ritorno economico per chi ospita una simile manifestazione è assicurato. Ora, quest’anno a spuntarla è stato Israele, che ha battuto la concorrenza della Polonia evidentemente proponendo l’offerta più vantaggiosa. RCS sostiene con questa scelta di aver voluto ricordare i settant’anni dalla storica vittoria al Tour de France del ’48 da parte di Gino Bartali, che nel 2013 è stato dichiarato dallo Yad Vashem “Giusto tra le nazioni”, per la sua attività in favore degli ebrei durante l’occupazione nazista in Italia.
La storia Gino Bartali merita di essere conosciuta: oltre ad essere considerato il più grande ciclista italiano di tutti i tempi dopo il solo Fausto Coppi, Bartali è noto infatti per quanto di bene fatto fuori dalle competizioni (ma curiosamente sempre con la bicicletta…): durante gli anni della guerra, è stata documentata la sua partecipazione ad una rete di protezione dalle persecuzioni antisemite di cui allora erano a conoscenza sia il rabbino Cassuto di Firenze che il Vescovo della città, il card. Da Costa. Il ruolo di Bartali era qualcosa di insospettabile: doveva semplicemente allenarsi in bici facendo la spola tra la sua Firenze e Assisi, luogo dove venivano stampati i documenti falsi per fornire nuove identità agli ebrei fiorentini. Bartali nascondeva i documenti nel telaio, e quando veniva fermato, oltre a non dar segno di avere con sé nulla di compromettente, giustificava i suoi lunghi viaggi con la pronta scusa dell’allenamento. Alla sua attività viene attribuito il salvataggio di 800 ebrei. Da uomo immenso qual era, Bartali in vita non rivendicò mai quanto fatto, ma fu il figlio che alla sua morte cominciò a scrivere e documentare quanto fatto dal padre. “Il bene si fa ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”, è una frase da sempre attribuita a Bartali.
Molti però sono stati infastiditi dalla motivazione portata da RCS, quella di onorare la memoria di Bartali, per giustificare la partenza da Gerusalemme, proprio perché sembra essere una scusa molto ipocrita, una foglia di fico per coprire le reali motivazioni che hanno spinto Israele ad assicurarsi sul proprio territorio questo evento di richiamo mondiale: lo stato di Israele infatti festeggia nel 2018 il settantesimo anno dalla sua nascita e sta portando avanti una serie di eventi per questa celebrazione con estremo fastidio da parte dei Paesi arabi, che come sappiamo non solo non lo riconoscono ancora, ma lo considerano come un territorio tolta con la forza ai palestinesi. Non è un caso che si sia fatta la scelta ben precisa di non far transitare la corsa rosa nei territori occupati, e che la partenza dell’evento abbia luogo proprio a Gerusalemme, che Israele in barba a tutte le convenzioni e le moratorie delle Nazioni Unite continua a considerare la propria capitale, cosa che fa ancora più arrabbiare i arabi e Palestinesi, basti vedere quanto successo dopo la decisione degli USA di spostarvi la propria ambasciata riconoscendo appunto Gerusalemme come capitale di Israele. La partenza da Gerusalemme, intendiamoci bene, resta un colpo sensazionale per la visibilità mondiale che questo palcoscenico offre alla corsa rosa: poter correre attorno alla Città Vecchia, il luogo più desiderato del mondo, sarà un traguardo storico per il ciclismo, sport che come nessun altro è dipendente dal territorio e dalla geografia. Certo sembra un’occasione sprecata quella di poter finalmente celebrare un evento sportivo di tal genere in un luogo martoriato da conflitti e dimenticare completamente l’altra faccia della medaglia, ovvero la Palestina. In sostanza: l’arrivo del Giro d’Italia poteva essere un momento di festa e addirittura di tregua fra i due popoli, invece diventa una marchetta per il nazionalismo israeliano e si accondiscende con quello che qualcuno chiama l’apartheid.
Israele ha investito molto questo momento: l’anno è scorso la Israel Cycling Academy, squadra professionista che schiera ciclisti israeliani (di basso livello per la verità) assieme ad altri un po’più competitivi, è stata promossa “squadra professional”, acquistando così la possibilità essere così invitata al Giro. La squadra non ha un vero e proprio sponsor se non il finanziamento di due businessman ebrei nordamericani, che hanno coperto i costi necessari (5 milioni) per allestire un team certamente di seconda fascia ma sufficientemente competitivo da essere invitato ad una grande corsa a tappe, come appunto il Giro 2018. Di fatto tra le richieste vincolanti legate all’offerta di far partire il Giro da Gerusalemme c’erano la garanzia della partecipazione per questa squadra e la partecipazione di corridori che avessero grande richiamo internazionale: la portata dell’evento sembra infatti aver portato in dote al Giro anche la presenza del n.1 del ciclismo mondiale, il quattro volte campione del Tour de France Chris Froome, che non si era mai presentato alla partenza del Giro se non anni addietro, quando era un perfetto sconosciuto, mentre ora per la prima volta parteciperà con ambizioni di vittoria (nel frattempo dobbiamo aggiungere che per Froome è in corso una verifica sportiva per un antiasmatico il cui abuso è considerato dopante, che è accusato di aver assunto in dosi eccessive in un’occasione della passata stagione, per cui i risultati ottenuti al Giro potrebbero paradossalmente essergli successivamente tolti).

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