Il libro di Marco Marzano. LA CHIESA IMMOBILE. Francesco e la rivoluzione mancata

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I due punti di vista diversi. E contrastanti

Nel libro di Marco Marzano si intrecciano e si confondono due punti di vista nell’approccio alla realtà della Chiesa e alla figura di Papa Francesco. Il primo è quello di chi si potrebbe definire “un cattolico progressista”, secondo uno schema improprio, ma largamente mediatizzato. Di uno, cui stanno a cuore i destini della Chiesa universale e che, all’interno del variegato pluriverso cattolico, ritiene che la Chiesa abbia bisogno di riforme radicali, se vuole continuare ad esistere. Di uno, che condivide i fini della Chiesa universale e si chiede con quali mezzi, riforme, cambiamenti si possa continuare a realizzarli. Non importa qui sapere se Marzano sia o no un cattolico progressista. Scrive come se lo fosse. Il secondo punto di vista è quello dello studioso di sociologia, che guarda alla vicenda della Chiesa “secondo una prospettiva sociologico-organizzativa di verità e obbiettività”. In questo caso, si tratta di prendere atto dei fini che l’organizzazione – la Chiesa – si è data e di valutare se i mezzi adottati siano coerenti, efficienti ed efficaci rispetto ai fini. I fini non sono né condivisi né criticati: per lo studioso sono un dato di fatto. Semmai si tratta di vedere, rispetto ai fini, se l’organizzazione riesca a produrre i risultati attesi o, se, viceversa, esistano contraddizioni tra i fini, gli strumenti organizzativi, i risultati. Tale approccio si può applicare, indistintamente, alla Fiat, alla Cia, ad una scuola, alla Coca Cola.
È evidente il dislivello tra i due approcci. Nel primo caso, l’Autore “cattolico progressista” si sente autorizzato a partecipare alla statuizione dei fini, cioè a dare un giudizio di valore sulla collocazione attuale della Chiesa nella storia del mondo. In relazione a questo giudizio, si sente in dovere di proporre dei mezzi, in questo caso delle riforme. Insomma: esprime un giudizio di coerenza semantica tra il discorso della Chiesa e la realtà del mondo. Se quel “discorso” non funziona, va cambiato. Nel secondo caso, l’Autore-sociologo non dà giudizi sui fini, ma solo sui mezzi: dati i fini proclamati, i mezzi sono coerenti? Si tratta di un giudizio di coerenza sintattica. La confusione di base tra i due livelli epistemologici e metodologici spiega la contraddizione clamorosa tra i tre capitoli del libro.

La clamorosa contraddizione del libro

Nel primo capitolo, intitolato “Francesco, il riformatore mancato”, l’Autore elenca le riforme che, a parere suo e dei cattolici riformatori/progressisti, sarebbero necessarie perché la Chiesa continui ad operare nel mondo, realizzando la propria vocazione, i propri fini. Sono almeno quattro: la riforma della Curia, sostituendo ad un modello assolutistico un modello federale e decentrato di governance; il mutamento delle norme etiche sulla vita sessuale ed affettiva stabilite da “una Chiesa  prigioniera di una dottrina morale obsoleta e punitiva, oramai divenuta largamente inapplicabile e alla fine un po’ ridicola”; l’abolizione del celibato obbligatorio del clero; il cambiamento della condizione delle donne nella Chiesa, ponendo fine ad una visione patriarcale e maschilista e all’”emarginazione presbiterale femminile” per riconoscere alle donne lo stesso spazio che hanno i maschi.
Ora, se queste sono le riforme ritenute necessarie dall’Autore cattolico progressista, egli si sente in dovere di denunciare che nessuna di esse è stata neppure tentata da Papa Francesco. Anzi, spiega come Francesco neppure le voglia, in quanto riformatore mancato e reazionario travestito. Nel terzo capitolo, cercherà di spiegare come, a questo punto, Francesco se la cavi.
Nel passaggio al secondo capitolo, l’Autore si toglie il cappello del cattolico progressista e si calca in testa quello del sociologo, attento solo “alla verità e all’obbiettività”. E qui la tesi cambia: le riforme desiderate dai catto-progressisti sono inutili, anzi pericolose. La sociologia storica delle grandi e piccole organizzazioni insegna che le organizzazioni sono costrette al cambiamento solo quando la loro esistenza è messa a rischio. Ora, “la Chiesa cattolica si trova oggi in una situazione di crisi talmente profonda da generare, per reazione, un cambiamento radicale, una sua riforma strutturale e organica?”.  La risposta del sociologo è data due righe più sotto, sempre a pagina 66: “la Chiesa non si trova, a mio parere, in una condizione di crisi profonda e non vi è dunque al momento attuale nessuna delle premesse perché si avvii un cambiamento radicale”. Per giustificare questa affermazione Marzano ricorre ai numeri: “a livello mondiale, negli ultimi anni, il cattolicesimo non solo ha tenuto, ma è leggermente avanzato”. Certo diminuisce il numero dei preti, la secolarizzazione avanza soprattutto in Europa. Ma se il Papa abolisse, per esempio, il celibato obbligatorio dei preti “assesterebbe alla Chiesa una scossa talmente profonda da rischiare di far crollare l’intero edificio ecclesiale”. E continua, a pag. 74: “… se la struttura tridentino-ottocentesca basata sul primato del clero maschile celibe e sulla centralità assoluta del pontefice romano dovesse crollare, ad essere abbattuta sarebbe la stessa Chiesa cattolica”. Controprova? Nei Paesi dove ha prevalso la Riforma protestante o quella anglicana, la secolarizzazione ha fatto passi da gigante, le Chiese sono attraversate da scismi permanenti. Insomma: stanno scomparendo. Viceversa, i movimenti più conservatori – da quelli carismatici a quelli fondamentalisti a quelli spiritualisti – ostili ad ogni riforma, sono quelli che fioriscono di più. Dunque, secondo il sociologo, i cattolici progressisti stanno prendendo un grosso abbaglio, quando si battono per le riforme sopra elencate.

E Papa Francesco che fa? Non fa niente. È soltanto un furbo conservatore

E allora che cosa fa il povero Francesco? Lo spiega il terzo capitolo. Non fa niente, appunto. Si barcamena con “ l’amicizia come politica” o con la politica dell’amicizia e della manata misericordiosa sulla spalla. E se i movimenti riformisti premono per delle riforme? Beh, allora si applica gesuiticamente “la strategia della disgiunzione e della distrazione”, che consiste nel distogliere l’attenzione dei fedeli “dal tema delle riforme”. Lo aiutano inconsapevolmente in questa sua attività di diversione i suoi nemici conservatori, quelli che lo accusano di essere un rivoluzionario. Così finisce per apparire un riformatore rivoluzionario. Invece è un furbo conservatore. Infatti: benché gli vengano attribuiti orientamenti anticapitalistici, in realtà si muove lungo il solco tradizionale della dottrina sociale della Chiesa. Lo stesso si deve dire del suo ecumenismo e della sua “riconciliazione “ con le Chiese luterane. In realtà, è più vicino ai movimenti carismatico-pentecostali e persino ai lefebvriani. La sua “teologia del popolo” è una sottomarca della teologia della liberazione, molto apprezzata dallo stesso Ratzinger, ed è stata fortemente influenzata dal peronismo populista e pauperista. Frugando nel suo passato, si scopre che è stato un cattolico-nazionalista-peronista, di una destra illiberale e antimarxista. L’unica novità effettiva e constatabile di questo Papa è lo stile comunicativo: le telefonate improvvise fuori del Vaticano, le battute fuori posto, la coda al self-service di Santa Marta, la borsa di cuoio… E, allora, perché tanta fortuna mediatica? Perché è riuscito a pacificare, all’interno della Chiesa, tutte le variegate tendenze opposte, mentre sul palcoscenico mondiale si esibisce, tra una conferenza aerea e un’altra con il suo stile casual, adorato dai mass-media e perciò in grado di ben rappresentare la sua Chiesa “nella società del benessere e dell’immagine”: “Francesco è diventato rapidamente un personaggio dello star system mondiale”. Conclude Marzano “Che cosa volere di più?”.

Il sociologo e i suoi pregiudizi. Pesanti

Attraversati i tre capitoli del libro, se ne deve concludere che il pamphlet non è scritto da un cattolico progressista, ma contro le illusioni riformiste di quest’ala del cattolicesimo, che ha avuto la sua fortuna mediatica durante e dopo il Concilio. La Chiesa non è riformabile e non si deve neppure tentare di farlo, giacchè ne uscirebbe distrutta. Perciò la battaglia riformista è destinata alla sconfitta.
Vengono in mente due osservazioni, a questo punto. La prima: se la Chiesa non si deve riformare, che senso ha rimproverare a Papa Francesco di non essere un riformatore? Dal punto di vista della sociologia organizzativa fa esattamente e molto bene il proprio mestiere!
In realtà, lavora alle spalle dell’Autore una “metafisica occulta”, che si legge in filigrana, nel primo capitolo: è il giudizio sulla realtà della Chiesa nel mondo. Si tratta di un’istituzione-organizzazione millenaria, fondata su un ceto di “burocrati del sacro”, protesa alla difesa disperata di sé contro lo tsunami della secolarizzazione trionfante. Il suo destino storico è segnato. E’ un ente inutile al mondo. Se l’Illuminismo demoliva la Chiesa, ma salvava la religione, con Marx anche questa è stata rivelata per ciò che è: “il fiore che adorna la catena dell’oppressione”. È evidente che qui si esce dalla neutralità avalutativa del sociologo per entrare nel regno di giudizi di valore. Al fondo, la questione è proprio questa: la religione è una costante antropologica o un residuo caduco dell’evoluzione della specie? Perché la Chiesa ha senso solo se è al servizio del “senso religioso” e se tenta ostinatamente di risvegliarlo. Essa sta e cade con la domanda religiosa. Ora nel momento in cui la specie umana come tale è entrata nell’epoca del rischio totale, nessuna meraviglia che papa Francesco nell’Enciclica “Laudato Si’” intrecci questione religiosa e destino della specie. Se cade il senso di finitudine e avanza la pretesa dell’onnipotenza dell’uomo sul creato, la specie umana è posta a rischio. Da questo punto di vista, non è necessario essere credenti per comprendere l’utilità della Chiesa nella storia del mondo, oggi!

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