L’Italia è sempre più un Paese per vecchi, ma ci salvano le reti sociali

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Non è un caso se scrittori di polizieschi come Roberto Centazzo hanno costruito serie di grande successo inventandosi squadre di detective che si chiamano “Minestrina in brodo” (con il trio di investigatori Kukident, Maalox e Semolino) incaricate di sventare furti e truffe a danno di anziani, crimini che fra l’altro, purtroppo, non affollano soltanto i romanzi. I segni infallibili di una svolta culturale si colgono spesso proprio nelle piccole cose, nella letteratura popolare “di genere” come nella moltiplicazione dei servizi di consegna a domicilio offerti da negozi e supermercati (particolarmente graditi a chi fa fatica a uscire per fare la spesa). Il fatto è che in Italia la popolazione invecchia: secondo i dati diffusi ieri dall’ISTAT nel suo rapporto annuale è il secondo Paese più vecchio del mondo, con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani al primo gennaio 2018. Il primato resta per ora al Giappone, dal quale continuiamo a importare le ricette per condurre una vita lunga e felice. Dall’altro verso per il nono anno consecutivo nel nostro Paese le nascite registrano una diminuzione: 464mila nel 2017, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico. Di questi circa 100 mila (21% del totale dei nati) hanno almeno un genitore straniero. L’età media dei genitori alla nascita del primo figlio è di 31 anni contro i 26 del 1980. Messi in fila in questo modo possono sembrare i soliti freddi, triti numeri. Le conseguenze, però, si possono già vedere e toccare nella vita quotidiana delle famiglie di oggi. Quando c’è una persona anziana da accudire, per esempio, su quali persone può contare? Un tempo le famiglie erano molto numerose. Oggi le reti di nonni, genitori, figli, fratelli e nipoti, seppure aggiungessimo anche parenti più lontani come zii, cugini e suoceri si sono ridotte notevolmente. Dal punto di vista numerico i dati Istat sono espliciti: nel 2016 la dimensione media della rete familiare delle persone da 18 anni in su è in media di 5,4 parenti stretti e di 1,9 altri parenti. Ma i legami sono anche molto più “lenti”. Ci sono motivi concreti e contingenti come i ritmi intensi della vita contemporanea e la necessità di spostamenti frequenti legati agli impegni professionali, ma conta anche il mutamento profondo delle priorità e dei valori delle persone. Fatto sta che negli ultimi anni è cresciuta moltissimo la necessità di ricorrere a badanti o a strutture specializzate per la cura dei più fragili. In questo quadro complessivamente preoccupante, ci sono anche dati positivi: dal 1998 al 2016 la quota di persone di 18 anni e più che hanno dato almeno un aiuto gratuito nelle quattro settimane precedenti l’intervista è aumentato dal 22,8% al 33,1. Si donano soprattutto compagnia, accompagnamento, ospitalità, ma anche aiuto nell’assolvere pratiche burocratiche e nelle attività domestiche. E nelle comunità si cominciano a vedere delle “reti alternative” (promosse da parrocchie, associazioni o cooperative sociali) che subentrano a quelle familiari o le sostengono. Più anziani (ormai quasi il doppio dei giovani) vuol dire in prospettiva anche nuove questioni aperte: per quanto tempo, per esempio, saranno ancora sostenibili il sistema pensionistico attuale, il welfare, l’assistenza sanitaria, se questa tendenza dovesse accentuarsi ancora? La cultura e la società mostrano di adattarsi facilmente all’invecchiamento generale, e lo valorizzano in positivo, com’è giusto: “Ma chi l’ha detto che con la pensione finisca la voglia di cambiare il mondo? – scrive Maurizio De Giovanni – E chi l’ha detto che non si rida più?”. Voltarsi dall’altro lato e negare che questo sia un problema, però, ci fa assomigliare pericolosamente a quelle rane che nuotano felici nell’acqua tiepida della pentola finché diventa bollente e le uccide. L’Italia non è, e non deve essere (solo) un Paese per vecchi.

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