Omar Ndiaye, dal Senegal a Bergamo: «Aiuto persone di culture diverse a dialogare perché so quanto è difficile capirsi»

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“Come essere se stesso senza chiudersi all’Altro e come aprirsi all’altro, a tutti gli altri senza rinunciare a se stessi? Riuscire a rispondere a questa domanda significa fare intermediazione culturale: l’Intercultura vuol dire andare ad incontrare persone che a priori funzionano diversamente da noi e che a medio termine creeranno valore con noi”. Omar Ndiaye, mediatore culturale della Cooperativa Ruah, di Vertova, ha scelto questa professione – in Italia non ancora valorizzata come dovrebbe – spinto dalle difficoltà vissute in prima persona. Arrivato in Italia nel 2004, senza nessuna conoscenza della lingua (ma con un ottimo francese e inglese) «all’inizio facevo fatica a capire ciò che mi diceva la gente. L’incomprensione è spesso fonte di potenziali conflitti e basata soprattutto sulla differente cultura. Per questo ho deciso di intraprendere questa professione, per aiutare altre persone a far fronte a queste difficoltà”. Prima di arrivare in Italia, Ndiaye è stato per sei mesi a Stoccolma: «Mi sono laureato in Senegal in Lingue e letterature, all’Università di Dakar. Avrei potuto insegnare, ma ho preferito utilizzare le lingue per lavorare nel settore turistico. Ho lavorato nel settore alberghiero per sei anni, e poi ho redatto un progetto per rilanciare il turismo verso il Senegal dalla Svezia, che ha attirato l’attenzione di un’agenzia di viaggi internazionale». Così parte per la Svezia, ma il progetto non va a buon fine: decide di optare per l’Italia e proporre qualcosa di simile ai tour operator locali, ma gli viene invece proposto di fare prima una formazione sul campo. Si iscrive a distanza a un corso per perito turistico in Francia e intanto redige un pacchetto turistico da proporre ai tour operator italiani, ma anche con questa formazione in mano, non ottiene nessuna risposta. Per qualche anno lavora come operaio tessile, collabora con Anolf allo sportello immigrati e poi decide di ritornare nell’ambito turistico, lavorando in una catena di alberghi a Milano e Lecco per un anno e mezzo: «Mi facevano fare solo delle sostituzioni, niente di definitivo, per cui ho lasciato perdere». Nel 2010 si iscrive così a un corso di mediazione culturale e inizia a operare in quest’ambito: «La difficoltà principale consiste nel fatto che spesso i lavori richiesti erano più di traduzione simultanea che di mediazione culturale. Solo negli ultimi anni si è cominciato a capire di più l’importanza di questa figura professionale, che aiuta le autorità a trovare le migliori soluzioni e a distinguere tra culturale e patologico, perché non tutti i conflitti sono culturali». Ndiaye lavora nei Centri di Accoglienza Straordinaria della Bergamasca dove sono accolti i richiedenti asilo: «All’interno di queste strutture vi è un vero melting pot: africani, pakistani, bengalesi. Anche l’Africa non è tutta uguale, ogni Paese ha una sua specificità e ci sono differenze culturali tra uno e l’altro. Il mio lavoro consiste nel cercare di anticipare la nascita dei problemi, per permettere la convivenza pacifica. È un lavoro di mediazione prima tra gli ospiti stessi, poi tra ospiti ed operatori e tra ospiti e cittadini. Gli operatori a volte non riescono ad avere una visione a 180 gradi: noi mediatori, conoscendo invece sia la cultura del Paese di accoglienza che di quello di partenza, riusciamo ad avere la giusta distanza per valutare e risolvere le eventuali problematiche». E sottolinea: «Bisogna riconoscere ognuno la particolarità dell’altro. Il problema non è detto sia dovuto allo straniero, ma da entrambe le parti: bisogna trovare un compromesso e non è sempre facile». Eppure gli episodi positivi e che danno soddisfazione nello svolgere questo lavoro sono molti: «Ricordo ad esempio un’infermiera che si sentiva demoralizzata perché quando parlava agli ospiti, questi ultimi non la guardavano in faccia: non sapeva che nella cultura africana guardare qualcuno in faccia mentre parla è maleducazione. Per lei loro così facendo le mancavano di rispetto, mentre in realtà era proprio per rispetto che si comportavano in quel modo. Ho spiegato ad entrambe le parti la questione e si sono capiti. È bello quando si riesce a realizzare ciò. L’intermediazione culturale consiste proprio nel far vivere le persone insieme, ma dobbiamo andare oltre, cioè agire insieme, co-culture, ossia prendere in considerazione non solo le differenze, ma soprattutto partire da ciò che abbiamo in comune ed avere come obiettivo una società inclusiva».

 

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