Roncalli Patriarca di Venezia: un ritorno alla vita pastorale della giovinezza

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La nomina di Roncalli a Patriarca di Venezia (1953-1958) rappresenta il gradito ritorno alla vita pastorale della giovinezza, però senza che ne abbandonasse lo stile e l’ispirazione. Questo il suo commento nel Giornale dell’anima (15-21 maggio 1953): «E’ interessante che la Provvidenza mi abbia ricondotto là dove la mia vocazione sacerdotale prese le prime mosse, cioè al servizio pastorale. In verità ho sempre ritenuto che per un ecclesiastico la diplomazia deve essere permeata di spirito pastorale; diversamente non conta nulla e volge al ridicolo una missione santa». Naturalmente si rifà al modello Tridentino, impersonato dagli ammiratissimi Carlo Borromeo e Gregorio Barbarigo. Tuttavia questa gloriosa tradizione viene reinterpretata in funzione delle necessità dell’evangelizzazione in tempi radicalmente mutati rispetto al passato. Questo riguarda innanzitutto la figura del vescovo. Roncalli ha da tempo elaborato un modello, in cui prevalgono gli aspetti di paternità e fraternità: ad imitazione di Gesù, Buon Pastore, vuole essere mite ed umile di cuore, pur senza rinunciare alla necessaria fermezza. Ricorre agli strumenti della tradizione tridentina, come la visita pastorale e il sinodo, ma con un consapevole ripensamento. Il Sinodo del 1957 presenta un significato innovativo, molto meno egemonizzato dallo spirito e dalla legislazione post-tridentina rispetto ad altri sinodi coevi. Esso è volto all’aggiornamento  della Chiesa, in relazione al mutare della storia. Il patriarca Roncalli presenta il Sinodo in questi termini: «Non vi sentite ripetere tante volte la parola aggiornamento? Eccovi la nostra Santa Chiesa sempre giovine ed in attitudine di seguire il vario svolgersi delle circostanze della vita, allo scopo di adattare, correggere, migliorare, infervorare. Perchè questa in sintesi è la natura del Sinodo: questo il suo scopo». Significativa risulta l’articolazione del Secondo Libro delle Costituzioni sinodali dedicato alla pastorale in due parti principali, l’una relativa all’insegnamento e l’altra alla liturgia. In quest’ultima viene esposto il binomio del Libro e del Calice, indicanti il Vangelo e la Liturgia, considerati i vertici dell’esperienza cristiana e tra di loro inseparabili. Il primato del Vangelo spinge Roncalli ad estendere la conoscenza della S. Scrittura a tutti i fedeli; il suo insegnamento rappresenta lo scopo precipuo del ministero episcopale. Per questo fa redigere le interessanti Norme pratiche per la lettura e lo studio del libro sacro, pubblicate nel «Bollettino Diocesano» alla fine del 1956. Questa sensibilità rappresenta una novità nel contesto ecclesiale italiano.

La necessaria salvaguardia del Vangelo da strumentalizzazioni politiche induce Roncalli a prendere le distanze da un eccessivo appiattimento dell’impegno cristiano su posizioni politiche. Non può certo rinnegare Pio XII, anzi condivide col papa le ragioni che hanno spinto a fare del cattolicesimo italiano nelle sue espressioni religiose – Azione Cattolica – e politiche – la Democrazia Cristiana – un baluardo contro il pericolo comunista. Il clima di aspra contrapposizione che si è venuto creando non corrisponde però al carattere di Roncalli, che fin dal suo discorso di ingresso ha dichiarato di cercare ciò che unisce e non ciò che divide e di vedere nell’avversario non un nemico, ma un fratello da ascoltare e da rispettare. A Venezia la situazione si presentava delicata per il tentativo, sostenuto dal giovane Wladimiro Dorigo, di costituire la prima giunta di centro-sinistra, fortemente avversata dalla Chiesa per la collaborazione con un partito di ispirazione marxista. Il patriarca Roncalli, pur convinto dell’inevitabilità della condanna, ricorre ad un linguaggio meno aspro che i colleghi dell’episcopato veneto desiderano invece più perentorio. La vicenda rivela la preoccupazione roncalliana di salvaguardare le differenze tra politica e Chiesa e la contrarietà a usare il frustino.

La questione politica non si esaurisce con questo episodio, l’animo di Roncalli trova l’occasione per mostrare la sua geniale capacità di incontrare l’altro in occasione del congresso nazionale del Partito Socialista che si svolge a  Venezia nel febbraio del 1957, nel quale si decide delle future scelte del partito, tra l’altro della collabobazione con la D. C. Il patriarca ritiene opportuno rivolgere un sincero augurio di buon lavoro, riconoscendo pubblicamente la rettitudine dei partecipanti, ma non nascondendo il rammarico che essi ignorassero il Vangelo e preferissero attingere altrove la loro ispirazione. Scrive: «Voi comprendete come apprezzi l’importanza eccezionale dell’avvenimento, che appare come di grande rilievo per  l’immediato indirizzo del nostro Paese. Esso è certamente ispirato allo sforzo di riuscire ad un sistema di mutua comprensione … Tale sforzo si appoggia su buone volontà sincere, su intenzioni rette e generose. E’ sempre con qualche pena, talora pena assai viva, che ad un pastore d’anime accada di constatare come per intelligenze oneste ed elevate i cieli dove pur splendono le verità religiose rimangano sempre spenti, ignorati e negletti … mentre di fatto si pensi di poter solidamente edificare l’ordine economico civile e sociale moderno su altro fondamento che non sia quello di Cristo. Detto questo a schiettezza di posizioni spirituali, come fra cortesi alme si suole, resta l’augurio del cuore perché i miei figli di Venezia accoglienti e amabili come è lor costume contribuiscano a render proficuo il convenire di tanti fratelli […]». Il testo, che incontra il gradimento di Nenni, il capo dei socialisti italiani, è un vero capolavoro di diplomazia pastorale, un grande saggio di finezza tutta roncalliana per i toni misurati, le parole appropriate e la schiettezza che non tace le notevoli distanze che ancora rimangono. E’ un testo che suscita attenzione, desiderio di reciproca e rispettosa conoscenza, rivelatore di uno stile nuovo che sa incontrare senza ambiguità i lontani, con l’auspicio di un avvicinamento ai valori evangelici. Nel clima surriscaldato del tempo, non viene compreso, ma tacciato di ingenuità e di debolezza, complici le pubblicazioni incomplete del testo, che ne alterano il significato. Solo pochi lo sanno cogliere, tra cui il direttore dell’«Osservatore Romano» conte Della Torre, che gli invia privatamente una lettera di compiacimento, anche se sul giornale che dirige viene ribadita la linea intransigente contro i socialisti.

L’attività episcopale di Roncalli non presenta novità eclatanti, non è accompagnata da una elaborazione teologica e non prospetta un organico programma di riforme; la novità consiste in uno stile pastorale sostenuto da alcune intuizioni potenzialmente capaci di mutare la situazione ecclesiale ove avessero incontrato condizioni più favorevoli. Queste si sono verificate con l’elezione al pontificato,  durante il quale Giovanni XXIII ha continuato il suo stile pastorale. Non è difficile ritrovarvi i contenuti del periodo veneziano, solo che questi, favoriti da un campo più vasto rispetto a quello ristretto di una diocesi, hanno assunto una dimensione molto più ampia, avvalendosi di apporti teologici e pastorali dall’intera Chiesa. Qui i messaggi e gli stimoli di Roncalli hanno trovato convergenze e usufruito di contributi allora impensabili a Venezia e in Italia.

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