Il caso della nave Aquarius. L’Italia-fortezza di Salvini non può nulla di fronte all’inevitabile assedio dei disperati

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Il gesto muscolare di Matteo Salvini di respingere la nave Aquarius, gestita da una ONG francese, dai porti italiani – dove, d’altronde, continuano ad approdare altre navi di questo tipo – ha sollevato un’ondata di indignazione morale. Ma, se le considerazioni etiche non sono accompagnate da un’adeguata analisi della realtà geopolitica, si riducono a puri flatus vocis di anime belle, oltre che, a loro volta, essere usate impropriamente come mezzi di lotta politica. L’etica non può mai ridursi alla continuazione della politica con altri mezzi.  Sennò diventa ipocrisia.

“Italia arrangiati”

Se Salvini ha usato i 629 disperati in cerca di un porto per un ricatto politico-umanitario verso gli altri Paesi europei – “se siete così umanitari, perché non aprite i vostri porti?!” – la ragione di fondo documentata è che i Paesi europei, a loro volta, da tempo si nascondono dietro le urgenze umanitarie imposte dalla collocazione geografica all’Italia – 8 mila chilometri di coste – per negare che la frontiera mediterranea dell’Italia è frontiera europea. Insomma: “Italia arrangiati!”. La politica europea dell’immigrazione è fondata sul ricatto politico-morale reciproco tra alcuni Paesi. Cioè non esiste. Mentra Macron dichiara solennemente che bisogna aiutare l’Italia, la sua polizia strapazza i migranti a Ventimiglia. La Spagna accoglie Aquarius, ma fino a ieri ha sparato sui migranti alle sue frontiere e ha eretto barriere di filo spinato.

L’Italia è sola e lo sarà ancora per un bel po’, inchiodata all’art. 13 del Trattato di Dublino. Siglato multilateralmente da dodici Paesi il 15 giugno 1990, entrato in vigore nel 1997, sostituito nel 2003 da Dublino II, ulteriormente revisionato nel giugno 2013 come Dublino III, l’articolo recita: “Quando è accertato… che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”. Tradotto: la responsabilità dell’asilo è del Paese di primo sbarco. Cioè: principalmente di Italia, Spagna, Grecia… Firmato dal governo Berlusconi-Maroni nel 2011, il Trattato è stato travolto dagli eventi successivi, che portano i nomi di Siria, Eritrea, Sudan, Centro Africa, Afghanistan, Pakistan, Primavere arabe fallite, caduta di Gheddafi, ISIS…  Così i Paesi mediterranei si sono trovati a gestire improvvisamente un enorme flusso e a richiedere urgentemente la ripartizione europea dei rifugiati.

I numeri complessivi degli ultimi vent’anni non sono tuttavia così imponenti. Rispetto alla popolazione, gli immigrati in Italia sono l’8,5%, in Germania il 10,5%, in Spagna il 9,5%, in Francia l’8,6%. Tuttavia la percezione del fenomeno altera notevolmente questa realtà. Da molteplici sondaggi risulta che per gli Italiani gli immigrati sarebbero il 24,6%, per i Tedeschi il 13%, per gli Spagnoli il 23,2%, per i Francesi il 18%. Ovviamente, gli elettori votano in base alle percezioni. Che cosa spiega questo divario tra realtà e percezione? Due fatti. Il primo: la Lega in Italia, il Front national in Francia, ADF in Germania… hanno condotto un’intensa attività di disinformazione, di allarmismo, di diffusione di paura. Vi hanno costruito sopra una fortuna politico-elettorale. Il secondo fatto, per quanto concerne l’Italia, sono i 600 mila clandestini, la cui presenza rende più insicure le strade e le periferie delle città, altera il paesaggio socio-culturale, mentre la loro attività criminale è quattro volte più alta di quella degli Italiani. Quest’ultimo dato è segnalato da un esperto quale il prof. Gianfranco Blangiardo. Dunque: paura.

Aver consentito da parte dei governi di centro-destra e di centro-sinistra una tale accumulazione ha spianato la strada al messaggio di Salvini relativo a ordine, sicurezza, identità nazionale. Nessun Paese europeo intende, fino ad ora, ripartirsi gli immigrati che approdano in Italia. Lasciata sola, l’Italia ha incominciato a muoversi con decisione solo nel 2017 con il Ministro Minniti: accordi con le varie fazioni libiche, che organizzano il commercio di carne umana, progetti di interventi politico-militari in Centro Africa, controllo delle attività delle ONG, collaborazione con l’UNHCR finora colpevolmente assente dai campi libici, snellimento delle procedure di selezione degli aventi diritto ed espulsioni più rapide e più numerose. E, in sede europea, richiesta pressante di revisione del Trattato di Dublino. I risultati si sono visti: nel 2018 gli sbarchi sono finora solo 13.706, diminuiti del 79%, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Sul fronte europeo, invece, è già fallito, ai primi di giugno, un primo incontro per modificare l’art. 13 di Dublino III.

La strategia dell’Italia-fortezza

In vista di quello previsto a fine giugno, forse altrettanto fallimentare, l’Italia di Salvini ha proposto una nuova strategia: quella dell’Italia-fortezza. Se l’Europa si rifiuta di ripartire le quote di immigrati, allora è meglio che non arrivino neppure sulle nostre coste. Dunque, respingimenti, prima che tocchino terra. Aquarius è un paradigma e solo un inizio. Ogni nazione faccia da sé e respinga da sé. Così, il primo effetto della nuova strategia è l’inutilità di andare in giro per l’Africa a tentare di fermarli a casa loro. Di qui l’idea di annullare la progettata missione politico-militare italiana nel Niger, la polemica con la Tunisia, la revisione degli accordi con le fazioni libiche. Chiusi i porti, i migranti saranno fermati appena arrivati in acque internazionali o sul bagnasciuga libico, eventualmente dietro congrua monetizzazione. La Merkel ha fatto una cosa analoga con la Turchia. Li raccolga chi vuole: Macron, Merkel, Sanchez?… Se questa è la strategia di Salvini, l’UE non ha finora espressa una linea alternativa. Minniti è stato sconfitto, infine, dalla troppo lunga ignavia dei governi precedenti e, appunto, dall’ipocrisia europea. La strategia della fortezza, mentre potrebbe avere dei risultati immediati – ma è presto per dirlo! – potrebbe anche funzionare tatticamente per piegare gli altri Paesi europei ad un’equa distribuzione degli arrivi. Ma se ciascun Paese applicasse la stessa strategia di Salvini – il gruppo di Visegrad è già sulla stessa linea – allora l’Italia sarebbe vieppiù sola. Se la via europea è in salita, quella solitaria rischia di essere un sesto grado.

Urgente una conferenza paneuropea e panafricana

Alle spalle sta un problema geopolitico enorme e irrisolto, sul quale rischia di sfasciarsi quel che resta della politica e della società europea. Dalla Conferenza di Berlino, convocata da Bismarck il 15 novembre del 1884 per la spartizione dell’Africa tra i vari imperialismi europei, il Continente nero è stato ferocemente colonizzato, derubato delle sue immense risorse, violentato e corrotto nelle sue classi dirigenti. Oggi, questo destino tragico presenta il conto agli Europei: un’enorme esplosione demografica – al 2050 la popolazione raddoppierà fino ad arrivare a 2,5 miliardi – e una pressione irresistibile sempre più forte verso il Mediterraneo e l’Europa di milioni di individui spinti dalla fame, dalle violenze, da genocidi locali, dalle carestie.

È una tragica illusione quella dei Paesi europei di scampare – da soli o tutti insieme – alla piena africana, adottando la strategia delle nazioni-fortezza o dell’Europa-fortezza o – è il caso della Francia e della Cina – di un colonialismo più raffinato. Serve la convocazione urgente di una Conferenza paneuropea e panafricana per lo sviluppo del Continente. Il destino demografico, economico, culturale dell’Europa è incrociato con quello dell’Africa. Lo hanno deciso la geostoria e la geopolitica un secolo e mezzo fa.

Purtroppo all’ampiezza della visione – imperialistica! –  di ieri di Bismarck e di Jules Ferry, oggi né la Merkel né Macron dispongono di una visione alternativa né per l’Europa né, conseguentemente, per l’Africa.

Quanto a Giuseppe Conte e a Matteo Salvini non sono certo Agostino Depretis, all’epoca Capo del governo e Ministro dell’interno!

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