“Ha deciso lui”. Lui ha sette anni. Un’arte difficile: educare a decidere

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“Don, gli dica qualcosa, vuol venire al CRE solo due giorni a settimana. Ma noi lavoriamo e i nonni sono anziani. Non so cosa fare don. Del resto, lui ha deciso così…”. Età di questo “lui”: sette anni, seconda elementare. E quante volte, durante l’anno catechistico, alla domanda sulle ripetute assenze giungeva la risposta rassegnata del genitore: “non voleva venire…”. Anche nel mondo scolastico, soprattutto sui compiti, di tutte le materie, spesso si sono sentite espressioni di questo tenore.

A decidere si impara

Ora, una riflessione educativa. Educare significa far sì che la persona sia capace di decidere di sé, di fare le scelte giuste, nel rispetto di sé e degli altri. Questo comporta inevitabilmente molto esercizio, fin da piccoli, perché pian piano nel bambino cresca l’autonomia e la capacità di orientare la sua libertà nella giusta direzione. È evidente che perché questo processo avvenga è necessario che i genitori facciano i genitori, che il registro paterno e materno funzionino, che i bambini imparino, in primis grazie all’esempio delle figure adulte e alle parole che accompagnano le azioni, spiegandole e dando loro senso, a rendersi conto di cosa comporta una decisione piuttosto che un’altra, per poi compiere la scelta.

Il bambino onnipotente

Ora, ho percezione che questo processo, già per sé delicato e impegnativo, spesso salti fin dalla partenza. Come è possibile che un bambino di sette anni tenga in scacco la sua famiglia? Come può un bambino dei primi anni delle elementari decidere da sé ciò che è giusto o non è giusto fare e il genitore abbassare la testa di fronte all’onnipotenza acquisita del figlio?

La questione è seria, serissima, tanto che rischia, per quanto mi sembra di poter constatare dal mio piccolo osservatorio di due oratori, di diventare un serio problema, perché se ne parla spesso, ma lo stile educativo pare non cambiare. Eppure, i risultati di una non educazione al buon esercizio della libertà sono visibili a tutti. Senza arrivare a casi di vero e proprio bullismo, si vede spesso la tendenza a trasgressioni sempre più pericolose da parte di ragazzini, al loro atteggiarsi da adulti fin da preadolescenti (evidentemente imitando soltanto comportamenti adulti, e nemmeno da adulti maturi), alla perdita del senso del limite, alla ricerca della sfida nei confronti delle figure educative che la società mette a disposizione. Senza un’educazione che riconsegni ai genitori il loro ruolo di decisione sui figli, che devono imparare a decidere con gradualità e in proporzione alla loro età e non tutto fin da quando hanno il dono della parola, i problemi continueranno.

I genitori in lacrime

Non mi stupisce allora che arrivino, nemmeno troppo raramente, genitori di preadolescenti e adolescenti in lacrime perché hanno completamente perso il controllo del figlio, quando addirittura non sono giunti a sperimentare la violenza, anche solo verbale, dei ragazzi nei loro confronti. A quel punto, io che posso fare? Quando il ragazzino ha sempre e solo fatto ciò che voleva, ci stupiamo che a quindici anni invece di tornare alle undici come concordato torni alle tre o alle quattro di mattina? Quando la situazione si delinea così, diventa difficile agire, pur con tutto l’impegno che si può mettere nella relazione di aiuto, perché nessuno ha la bacchetta magica e non basta certamente il “tenere d’occhio”, il richiamo del don o qualche seduta con lo psicologo per rimediare un vuoto educativo di anni. Abbiamo bisogno di ritornare all’ABC dell’educazione, di fare i genitori e gli educatori, non gli amici dei figli: non c’è in gioco solo il nostro star bene, ma la vita buona dei nostri ragazzi.

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