Il Giardino delle parole a Mapello: una scuola di italiano dove si semina speranza

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Negli anni ho coltivato questa convinzione: le donne sono la forza che spinge le società al cambiamento. Là dove le donne fanno risuonare forti le loro voci in un unico coro, spuntano germogli di speranza. Penso che semi di integrazione e solidarietà siano stati sparsi anche dalla classe A2 della scuola di alfabetizzazione per donne straniere «Il Giardino delle Parole» di Mapello, grazie al lavoro di ricerca sviluppato durante quest’anno scolastico per comprendere meglio un morbo che infetta il mondo: la violenza maschile contro le donne.

Come già da due anni, alla classe di livello più avanzato della scuola viene chiesto di svolgere, parallelamente alle lezioni volte ad apprendere la lingua italiana, una ricerca riguardante un argomento a scelta. Quest’anno la classe A2 era composta, oltre a me, loro insegante, da quattro stupende donne che non posso e non voglio più chiamare straniere: Maimouna e Fatima, senegalesi, Shadia, marocchina e Kateryna, ucraina sposata con un uomo italiano. Donne di nazionalità, religione, tradizione e culture differenti, forse diverse all’apparenza, ma profondamente unite dal senso comune di essere donne. «Stare insieme a lezione mi rallegrava – racconta Shadia-, il mondo si condensava attorno a quella piccola tavola, distruggendo tutti i confini geografici, etnici, religiosi e sociali, per mostrare che siamo uguali e che le nostre sofferenze, come donne, sono simili». Confrontandoci, abbiamo scelto di parlare della violenza contro le donne perché abbiamo sentito che tra di noi era forte l’esigenza di comprendere meglio un fenomeno che, scardinando ogni pregiudizio, colpisce il genere femminile senza discriminazioni: non guarda al colore della pelle, alla religione, alla nazionalità, alla condizione economica o al grado di istruzione. Un male trasversale, presente nelle nostre società, di cui ancora si fa fatica a parlare.

Il nostro lavoro di ricerca è iniziato trovando storie, racconti e articoli inerenti all’argomento. Abbiamo letto di donne che non sono riuscite a denunciare il loro carnefice, di altre che hanno visto il proprio cuore fatto a pezzi; ma abbiamo scoperto che esistono donne che con coraggio, dopo tutta la violenza subita, hanno ripreso in mano la loro vita, mettendo un freno alle sofferenze. Un prezioso aiuto a districare i fili di questo tema l’ha fornito la mia amica psicologa, Chiara Refosco, volontaria all’associazione «Aiuto Donna. Uscire dalla Violenza». Dopo averci mostrato il centro di Bergamo e spiegato quale supporto una donna in difficoltà può trovare rivolgendosi all’associazione, Chiara ha anche definito meglio il concetto di violenza, illustrando le diverse forme in cui si può manifestare: economica, psicologica, sessuale, fisica e stalking.

Ma il nostro lavoro sarebbe rimasto incompleto se non si fosse presentata la possibilità di ascoltare la vera storia di una donna vittima di violenza, raccontata in prima persona. Una giovane ragazza russa, che chiameremo Edda per proteggere la sua identità, giunta in Italia con l’illusione di aver incontrato l’uomo giusto con cui costruire una famiglia, senza sapere che presto, appena dopo il matrimonio, si sarebbe rivelato un orco. «Ascoltare la storia di Edda faceva stringere il cuore e rallentare il battito», sono le parole di una commossa Kateryna al ricordo della sua testimonianza. Anni di violenza psicologica, fisica, soprusi e ingiustizie. Poi, la forza e l’occasione di fuggire da quell’incubo, trovando il sostegno di due persone che l’hanno aiutata a scappare. Oggi Edda sta ricominciando a vivere, dando un nuovo significato ai suoi giorni, con l’aiuto di un altro uomo, buono e onesto, che finalmente le sta mostrando cosa vuole dire amore.

Dopo la grande confidenza di Edda, dopo averla vista spalancare il suo cuore, non potevamo fermarci. Così è sbocciata l’idea di esporre la nostra indagine per mostrare quanto avevamo appreso. Ecco prendere vita «Donne in Rinascita. Parola alle donne: la nostra voce contro la violenza», una presentazione del lavoro svolto, rivolto a tutta la scuola. «Ero traumatizzata al pensiero di parlare davanti alla gente, mi tremavano le mani e i piedi, ma ho capito che è solo questione di concentrazione e di coraggio», racconta Maimouna. Perché sì, ci vuole tanto coraggio anche per parlare con sensibilità di un tema delicato, capace di toccare il cuore. Tra il pubblico, in prima fila, gli occhi lucidi ma un sorriso sulle labbra, c’era Edda. «Vedere Edda tra di noi, lei vittima di violenza, mi ha dato coraggio – confessa Fatima-. Ho detto: se lei ha il coraggio di essere qui oggi per ascoltarci, io non devo avere paura a stare in piedi davanti a tutti».

Non ci siamo però limitate a spiegare quanto avevamo scoperto sulla violenza contro le donne o a fornire le indicazioni per poter trovare aiuto. Perché Donne in Rinascita fosse veramente anche un progetto di integrazione, abbiamo chiesto la collaborazione di tutte le donne della scuola. Abbiamo invitato le insegnanti, le alunne e le babysitter, che si prendono cura dei bambini mentre le mamme sono a lezione, a esprimere i propri sogni, i propri desideri, le proprie preoccupazioni. Le abbiamo sollecitate a far risuonare la loro voce, alta e fiera, perché è necessario che le donne si uniscano scendendo in prima linea per gridare basta al femminicidio, basta alla violenza e basta alla discriminazione.

La nostra ricerca ci ha portato a comprendere che la violenza di genere è multiforme e presente ovunque. Perché sia sconfitta richiede prima di tutto la solidarietà tra donna e donna, oltre a leggi più sicure e a un’attenzione maggiore al problema da parte delle istituzioni. Ma abbiamo scoperto, o forse lo sapevamo già, che noi donne siamo dotate di una grande forza, la resilienza: ci risolleviamo dopo essere crollate a terra, ci asciughiamo gli occhi dalle mille lacrime versate camminando per strada a testa alta, pronte a ricominciare a vivere.

Con questa grande consapevolezza nel cuore, le grandi piccole donne della classe A2, mai state straniere e per sempre amiche, lasciano un messaggio di speranza a tutte le madri, mogli, figlie, fidanzate, ragazze, amiche e sorelle che, ovunque nel mondo, desiderano solo spezzare le catene che le costringono a rimanere a terra: «Le donne sono come farfalle: un giorno, nonostante tutto, spiccheranno il volo…».

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