Giovanni XXIII parla alla Chiesa di oggi: cercare ciò che unisce, con uno stile di fraternità e misericordia

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Mi avventuro in alcune considerazioni personali per individuare le ragioni profonde dello stile giovanneo e del fascino esercitato nella Chiesa e nella società contemporanea e che ne spiegano l’attualità. Egli ha saputo proporre e dimostrare con la sua vita la ricchezza e l’attualità del Vangelo.

Sintetizzo le mie riflessioni in alcuni punti.

 

  1. Cercare sempre e ovunque il bene. Vi è in Roncalli l’intuizione che il messaggio di Gesù non è altro rispetto alle esigenze profonde dell’uomo, ma ne è il perfezionamento. Giovanni XXIII ha cercato quegli elementi universali che accomunano tutti, riassumibili nelle parole spesso da lui usate di fraternità, misericordia e carità. Esse esistono in ogni uomo, sia non credente e peccatore, e spesso trovano manifestazioni sorprendenti. Fin dalla giovinezza Roncalli si accorge del bene che esiste anche nei cosiddetti lontani, riesce a superare schematismi dottrinali che favoriscono separazioni ed avvia un dialogo di mutuo riconoscimento, premessa per un annuncio del Vangelo che non mortifica, ma ricupera tutto il bene presente nell’altro. Cito alcune frasi rivelatrici che hanno contrassegnato lo stile di Roncalli fin dai suoi primi anni e che lo inducevano a comportamenti diversi rispetto ai suoi colleghi: «Noi siamo chiamati a fare il bene, più che a distruggere il male, ed edificare più che a demolire, per questo parmi di trovarmi apposto e di dover proseguire per le mie vie di ricerca perenne del bene, senza più curarmi dei modi diversi di concepire la vita e di giudicarla. Ah i santi, i santi come erano pratici, ardenti e buoni, soprattutto buoni! […] Il compito nostro è di lavorare e di cogliere il bene dovunque si trovi ed alla luce incontaminata dei principi [cioè di Gesù] elevarlo e moltiplicarlo». [Diari, 9 luglio 1918; 16 maggio 1918]. In questo suo modo di comportarsi egli porta a giustificazione l’esempio dei santi, che occupano un grande posto nella devozione di Roncalli, e di cui offre un’interpretazione certamente singolare, non contemplata dall’agiografia del tempo.

 

  1. Privilegiare ciò che unisce. La coincidenza tra le supreme aspirazioni del cuore umano e i valori evangelici ispira una seconda componente dello stile giovanneo: il principio tante volte affermato che privilegia la ricerca di ciò che unisce rispetto a ciò che divide, come esigenza di carità, resa possibile dalla presenza in ogni persona e in ogni comunità di credenti di elementi di beni. Su questo si basa il dialogo, che mira al riconoscimento del bene esistente nell’altro e alla sua valorizzazione. Giovanni XXIII da espressione a questa sua convinzione nel discorso di apertura del Concilio, quando afferma la sostanziale unità dell’umanità. Nonostante le differenze talora vistose, tutti sono uniti a Cristo; vi sono quindi per la Chiesa dei legami da scoprire, già dati grazie all’azione di Cristo nel cuore degli uomini. Tutta l’umanità è organizzata in tre cerchi concentrici – cattolici, fratelli separati e non cristiani – che ruotano attorno a Cristo e che devono avvicinarsi sempre di più al loro Centro. Questo è il compito della Chiesa Cattolica e del Vaticano II: «Purtroppo tutta la comunità dei cristiani non ha ancora pienamente e perfettamente raggiunto questa visibile unità nella verità. La Chiesa Cattolica ritiene suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quell’unità che Cristo Gesù con ardentissime preghiere ha chiesto al Padre Celeste nell’imminenza del suo sacrificio; essa gode di pace soavissima, sapendo di essere intimamente unita a Cristo in quelle preghiere; di più, si rallegra sinceramente quando vede che queste invocazioni moltiplicano i loro frutti più generosi anche tra coloro che stanno al di fuori della sua compagine. Se ben consideriamo, questa stessa unità, che Cristo impetrò per la sua Chiesa, sembra quasi rifulgere di un triplice raggio di luce soprannaturale e salvifica, a cui corrispondono: l’unità dei cattolici tra di loro, che deve essere mantenuta fermissima e brillare come esempio; poi, l’unità che consiste nelle pie preghiere e nelle ardenti speranze con cui i cristiani separati da questa Sede Apostolica aspirano ad essere uniti con noi; infine, l’unità basata sulla stima e il rispetto verso la Chiesa Cattolica che nutrono coloro che seguono le diverse forme di religione non ancora cristiane.» [Gaudet Mater Ecclesia, 8,2].

 

  1. Superamento della visione dottrinaristica.

Questo a mio parere è l’insegnamento più importante di Giovanni XXIII. Con “visione dottrinaristica” intendiamo la definizione del cristianesimo come un insieme di verità rivelate, un organismo dottrinale che ha Gesù, Figlio di Dio, il Maestro rivelatore. La prospettiva introdotta dal Vaticano II vede nella Rivelazione di Gesù accanto all’aspetto dottrinale, il verificarsi di un Evento storico unico, espressione dell’amore divino che fonda un’alleanza eterna con l’umanità.  Nonostante la presenza di un linguaggio teologico tradizionale di stampo dottrinaristico, che privilegia la categoria della Verità rispetto alla Carità, in papa Giovanni la componente dottrinaria subisce un effettivo ridimensionamento. Più intuitivamente che a livello di consapevolezza teorica, il papa sembra percepire che le due dimensioni non sono diverse, ma si identificano, perchè la Verità non è nient’altro che la Carità, cioè il modo concreto con cui Dio ha amato l’uomo attraverso la vita di Gesù. La Verità cristiana è la rivelazione di Dio come Carità, misericordia e fraternità. La dottrina ha il compito di salvaguardare le dimensioni della Carità divina, riassumibili nelle componenti trinitaria e cristologica, come proclama il Simbolo di fede. Da queste premesse si ricava che il perseguimento della fraternità, la ricerca dell’unità, lo stile della misericordia, così cari a Giovanni XXIII, non sono una semplice modalità più accattivante di presentarsi per trovare più accoglienza tra gli uomini, ma il modo autentico di vivere la Verità di Dio, l’unico che permette ad ogni uomo di realizzare la sua vocazione e di trovare un’effettiva convergenza con tutti i suoi fratelli, compresi i non credenti. Su queste basi si colgono la grandezza e l’attualità di Giovanni XXIII e se ne spiegano le scelte.

La Chiesa cattolica deve vivere queste realtà in modo sempre più profondo al suo interno facendo prevalere il principio della fraternità su quello gerarchico, usando non il frustino, ma la medicina della misericordia e prodigandosi nell’esercizio delle opere di misericordia, come abbiamo documentato negli interventi precedenti. Il superamento dei reciproci anatematismi deve portare al riconoscimento del carattere cristiano delle chiese dei fratelli separati ed al dialogo ecumenico; la comune dignità umana, che si manifesta nei segni dei tempi, favorisce la ricerca universale della pace, come papa Giovanni ha insegnato la vigilia della morte nella Pacem in terris, indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà. Il mezzo secolo che ci separa dal Vaticano II non ha intaccato la validità di questi principi, portati avanti in varia misura dai successori di Giovanni XXIII e riproposti in modo singolare dalla esuberante personalità di papa Francesco.

 

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