Il Sessantotto a Bergamo: l’inizio di un movimento che ha attraversato un decennio

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Il 68 è stato l’inizio di un movimento, non si è esaurito nella semplice durata di un anno solare, ma è continuato per tutti gli anni ’70 e la forza che ha innescato quel dinamismo è partita dai giovani universitari, cattolici, lavoratori e impegnati nella politica.
A raccontarmelo è il professor Gian Gabriele Vertova, che nel ’68 studiava Lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore e nel frattempo stava vivendo l’esperienza di presidente maschile della Fuci di Bergamo.
Mi racconta di una Bergamo completamente diversa, una città dove l’Università era appena nata sfruttando la chiusura della facoltà di lingue della Bocconi e la spinta del territorio attraverso le banche, la Camera di commercio, la Provincia e il Comune.
Gli universitari di Bergamo allora facevano i pendolari tra Pavia e Milano, la Fuci rappresentava il punto di riferimento una volta tornati a casa dai collegi pavesi o dalla già stancante vita da pendolare sui treni per Milano.
La contestazione universitaria aveva fatto saltare ideologicamente la Fuci, perché l’associazione era un luogo di formazione e mancava di quello slancio politico che sembrava l’unico strumento per potersi mescolare con gli altri giovani.
Il Prof. Vertova mi consegna una lettera firmata da lui e Liliana Bozzetto, presidenti della Fuci, e indirizzata al Magnifico Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, datata 7 Novembre 1968, che in tre pagine battute a macchina racconta di quei mesi che hanno lasciato un’impronta nella storia.
“Le esperienze associative ci abituano a costruire insieme”, anche nel ’68 quindi bisognava lavorare insieme per costruire identità attraverso le ideologie e uscire dal clima di tensione e di sospetto reciproco che si respirava nelle Università.
Il Concilio era stato in grado di sbloccare tante situazioni grazie alla capacità di cogliere nel mondo contemporaneo non i pericoli ma “i segni dei tempi”, il modo in cui Dio interviene nella storia, attraverso due importanti strumenti: “La Pacem in Terris” di San Papa Giovanni XIII e la “Populorum Progressio” del Beato Papa Paolo VI.
“In Fuci – spiega Vertova – eravamo forti di questi documenti, perché erano encicliche sociali, il ’68 pensava di essere politico, ma ha vinto perché ha permesso l’affermazione della libertà individuale attraverso il crollo dell’autoritarismo”. Il giovane cattolico doveva sentirsi libero di guardare il mondo con un orientamento diverso godendo della piena libertà di essere figlio di Dio.
In quegli anni la Fuci ha iniziato ad essere movimento, perché bisognava uscire dalla staticità di un’arretratezza sociale che avanzava una domanda di cambiamento, si lottava nelle aule contro le forme canoniche e burocratiche che andavano contro la libertà religiosa regalata dal vento del Concilio, contro l’aumento delle tasse perché il diritto allo studio era una “sacrosanta esigenza naturale”.
Il ’68 è stato unico, per la Chiesa e per la società, per questo sarà difficile averne un altro, ma bisogna apprezzarne l’unicità senza nostalgia pensando a quanto il suo dinamismo, la sua forza di contestazione abbiano scosso la società alle radici donando nuove prospettive alle donne, agli universitari, ai lavoratori fino ai poveri del Terzo Mondo.

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