Non dimenticare le scuole paritarie: se chiudono si impoverisce la proposta educativa

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“Saremo pronti a settembre”. Così ha detto il nuovo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, parlando ai giornalisti a proposito delle cose da fare per “migliorare la scuola”.
In effetti il titolare di Viale Trastevere ha davanti un periodo “di stasi dal punto di vista didattico”, come ha ricordato, pensando ai mesi estivi e intende approfittarne per preparare gli interventi che dovranno – nelle intenzioni – dare sostanza al programma di governo.
“Stiamo definendo le priorità”, ha anche aggiunto. E sicuramente non gli mancano le liste compilate dalle parti politiche o dai funzionari del ministero. A queste aggiungerà la indicazioni che gli vengono dall’esperienza diretta del mondo scolastico, poiché Bussetti è uomo di scuola e nelle aule c’è stato naturalmente da studente, durante gli anni della formazione (con laurea in Scienze motorie), ma soprattutto poi: da insegnante, da dirigente scolastico e infine come dirigente in un Ufficio Scolastico lombardo. Esperienza a tutto tondo, dunque. Che probabilmente servirà nel momento in cui si dovrà mettere mano alla tanto criticata Buona Scuola.
Esperienza che forse è la prima “suggeritrice” del ministro quando parla di “periodo di stasi”, lasciando intravedere la necessità di documentarsi bene prima di agire, di conoscere e fare il punto a proposito delle molte – inevitabili – criticità di un mondo complesso come quello scolastico.
“Strategie idonee e al passo coi tempi”: a queste sta pensando il neo ministro. E colpisce che tra le prime dichiarazioni emerga anche il tema della scuola paritaria, che anche all’interno della stessa coalizione di governo conosce “umori” differenti. Colpisce, non perché non sia un tema di grande importanza – anzi – ma perché è sicuramente un terreno estremamente scivoloso e addentrarvisi è pericoloso per chiunque. Infatti, Bussetti si è subito attirato sospetti e critiche. Così, se pubblicamente il ministro ha sottolineato in chiave problematica il fatto che le paritarie siano in difficoltà – “Dobbiamo capire perché molte di queste scuole chiudono” – immediatamente c’è stato chi gli ha ricordato che l’attenzione dovrebbe essere alle “scuole pubbliche”, e al fatto che non devono crollare sulla testa degli studenti.
Vero anche questo, a patto però di lasciare da parte la vena ideologica che continua a contrapporre falsamente scuole statali e non. E a patto, ancora, di cominciare a considerare una volta di più globalmente il tema della scuola “pubblica”, intesa – come prevede peraltro la legge italiana – come servizio per tutti i cittadini, sia esso erogato da istituzioni statali che non statali (rigorosamente monitorate).
E qui sta il nodo della parità. Che le paritarie non statali chiudano è un guaio per tutti: perché si impoverisce la proposta educativa e scolastica del Paese; perché ne deriva un problema serio per la libertà educativa dei genitori; perché sopravvengono questioni economiche e di gestione del sistema.
Per quanto scivoloso, dunque, il terreno della parità scolastica è assolutamente da affrontare. Con anche le conseguenze economiche del caso. Servono pazienza e lucidità: il “periodo di stasi” dell’estate che avanza potrebbe aiutare a “prendere le misure” necessarie per trovare l’equilibrio e affrontare un cammino pieno di insidie, che in altre occasioni si è preferito evitare, rimandare… fino allo sfinimento di tante realtà. Che, appunto, finiscono talvolta col chiudere i battenti.

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