Verso il Sinodo dei giovani. “La Chiesa non ha bisogno di management, ma di lasciarsi provocare dalla santità”

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«La Chiesa non ha bisogno di management, ma di lasciarsi provocare dalla santità. E il vero bersaglio del Sinodo dei giovani siamo noi adulti, chiamati a chiederci che tipo di educatori alla fede vogliamo essere». È arrivato l’Instrumentum laboris, il Documento di lavoro della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, in programma in Vaticano dal 3 al 28 ottobre sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Non è un sunto teorico della condizione giovanile, non è un noioso plico di concetti astratti da mettere da parte, lasciandolo sul fondo di un cassetto. Si tratta invece, come sottolinea don Emanuele Poletti, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale dell’età evolutiva, di «uno strumento prezioso, un metodo di lavoro, una traccia da mettere in atto anche nelle nostre comunità».

L’instrumentum laboris è il frutto di un lungo, articolato cammino di ascolto: «La Chiesa – continua don Emanuele – l’ha messo in atto a diversi livelli da quando è uscito il documento preparatorio fino ad oggi. Il primo passo è stato il questionario consegnato alle diocesi, poi un seminario internazionale di pastorale giovanile che si è svolto nel settembre 2017. Nel frattempo sul sito del Sinodo era stato aperto un questionario online che i giovani potevano completare. Nella primavera scorsa un momento importante di questo percorso è stata la riunione presinodale in cui si sono messi a confronto trecento giovani di tutto il mondo. Tutti questi contributi trovano spazio e si vedono nel documento finale». Ed è proprio questo che ha permesso di evitare di inserire “troppa teoria” nel documento: «C’era forse il rischio di compilare un riassunto molto teorico, tracciando le linee fondamentali e i trend della condizione giovanile, da declinare in modo diverso a seconda del proprio interlocutore. In realtà è accaduto proprio il contrario, l’instrumentu laboris è molto concreto, ricalcato sulla realtà vissuta dai giovani e dalle comunità». Un altro aspetto interessante sta nella sua struttura, articolata in tre grossi capitoli che richiamano altrettante azioni: riconoscere, interpretare e scegliere, «Questa scansione – spiega don Emanuele – ricalca l’attenzione al discernimento che Papa Francesco chiede fin dall’inizio del suo pontificato. Ne parla anche nell’Evangelii Gaudium 51. L’immagine che ne risulta è quella di una Chiesa che si china sulla realtà giovanile fino a leggerla per quella che è. Nella prima parte, quella del “riconoscimento” prova a capirne gli stili, il linguaggio e la mentalità, con una sensibilità particolare per i giovani più poveri, quelli invisibili, scartati e messi da parte, e prova a mettere in ordine riflessioni di carattere fondamentale. Invita a un’approfondita indagine spirituale, a cercare di capire come Dio stia parlando attraverso la realtà. Stiamo assistendo a mutamenti radicali che coinvolgono gli assetti di fondo». E’ una spinta ad indagare che idea hanno di uomo i giovani di oggi, che cosa significa per loro amare e vivere: «Anche in forza degli strumenti digitali di cui disponiamo la struttura stessa dell’uomo sta cambiando, la Chiesa se ne accorge e non può restare ferma».

La seconda parte, quella legata all’interpretazione, è altrettanto interessante: «Ha sicuramente un valore teorico – sottolinea don Emanuele – perché richiede di mettere in ordine i dati raccolti, ciò che si è riconosciuto. Indica quindi la necessità di trovare idee buone che possano accompagnare il cammino della Chiesa anche per il suo futuro. Quattro paragrafi mettono a tema l’idea della giovinezza e della vocazione, del discernimento a cui ogni Chiesa e ogni giovane sono chiamati, e poi l’accompagnamento, da cui la Chiesa non può esimersi. I giovani chiedono di poter avere di nuovo speranza in un futuro migliore. Questa parte mette sotto i riflettori la necessità di instaurare buone relazioni tra le diverse generazioni, e anche questo tema è molto caro a Papa Francesco: “gli anziani sognano, i giovani profetizzano”, dice richiamando il brano del profeta Gioele, una frase molto forte. Sono spesso i giovani a fornire l’indirizzo per il cammino della Chiesa perché sono meno maliziosi, hanno uno sguardo più genuino sulla realtà e sono capaci di cogliere ciò che veramente conta. Come dice però ancora il Papa i giovani diventano capaci di profezia solo se hanno davanti adulti e anziani davvero capaci di sognare».

L’ultimo passaggio dell’”Instrumentum laboris” riguarda le scelte concrete che la Chiesa è chiamata a fare prendendo in mano la questione dei giovani con la disponibilità a cambiare non solo i suoi linguaggi ma anche le strutture e le prassi pastorali: «La chiusura del documento – osserva don Emanuele – è molto bella perché torna sul tema della speranza – la chiave di volta – e di come essa si concretizza nelle figure di santità. La conclusione del documento richiama quindi un leit motiv che sempre di più si sente riecheggiare nella Chiesa. Molti sono convinti che la riforma passi da una nuova forma, struttura, tecnica, organizzazione, linguaggi, strategie. In realtà la Chiesa non ha tanto bisogno di management ma di lasciarsi provocare dalla santità che è un tentativo bello, buono, genuino di incarnare il Vangelo oggi, per recuperare proprio quella speranza di cui i giovani hanno bisogno. Loro chiedono soprattutto autenticità, coerenza, disponibilità alla relazione, a investire tempo, a fare cose gratuitamente accettando anche il rifiuto o il fatto che manchi un tornaconto immediato. A questo non si dimostrano mai insensibili».

La necessità di costruire nuove strade di dialogo con il mondo giovanile spinge a puntare l’attenzione sull’atteggiamento, l’attitudine e la condotta degli adulti: «Volendo usare una metafora medica potremmo dire che abbiamo sempre più chiara la diagnosi e la terapia ma continuiamo a non attuarla sui veri malati che in realtà sono gli adulti. Questo nel documento c’è. È importante poi che la Chiesa recuperi un aspetto dinamico e giovanile e non resti cristallizzata nelle sue idee, ma provi a lasciarsi provocare e mettere in discussione. Noi adulti – sacerdoti e laici – dobbiamo chiederci che tipo di maestri e di educatori alla fede vogliamo essere. Leggendolo questo documento possiamo acquisire un metodo di lavoro, comprendendo come le prassi pastorali siano il frutto di un discernimento attuato attraverso questi tre passaggi (riconoscere, interpretare, scegliere): questa può diventare una mappa di lavoro anche per le nostre comunità, che abbiamo già tentato di mettere in pratica nella nostra diocesi con il progetto Young’s, un’azione di riconoscimento da riconsegnare alla Chiesa adulta perché si lasci provocare e provi poi a leggere e interpretare con occhi diversi la condizione giovanile».

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