Il convegno di Sotto il Monte. Catechesi e dintorni. Intervista esclusiva a Enzo Biemmi

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Enzo Biemmi, esperto di problemi di catechesi

Perlopiù il sabato pomeriggio, un certo numero di bambini e ragazzi si raduna nel cortile dell’oratorio; ripartiti in fasce di età, si recano nelle aule dove li attendono i catechisti (di norma le catechiste: è ben noto che sono soprattutto le donne e in particolare le madri di famiglia ad assolvere questo compito). Tornati a casa, qualora trovino degli adulti interessati ad ascoltarli, questi bambini e ragazzi riferiranno secondo i casi di aver disegnato un episodio della vita di Mosè o di aver meditato su un brano del Nuovo Testamento in cui gli apostoli iniziano a parlare in lingue sconosciute. È probabile che molti, sentendo parlare di catechesi, pensino subito alle riunioni del catechismo (all’«andare a dottrina», si diceva un tempo) e immaginino una sequenza analoga a quella che abbiamo appena descritto. Poi, riflettendo, uno può anche porsi delle domande al riguardo: lo scopo essenziale di questi incontri è di mettere i ragazzini e i preadolescenti nella condizione di poter «ricevere bene» la Prima Comunione e la Cresima? Come si spiega che, dopo aver ricevuto la Confermazione, i più si allontanino anni luce dagli ambienti parrocchiali? Soprattutto: è davvero scontato che la catechesi sia per sua natura una «cosa da bambini», con un eventuale sequel nei «corsi per fidanzati»?

Avrà per titolo La Parola che si spiega. La catechesi e le sue forme dopo il Concilio il convegno che si terrà  nei tre pomeriggi e serate da martedì 24 a giovedì 26 luglio nella sala consiliare di Sotto il Monte Giovanni XXIII; a promuovere l’iniziativa è un gruppo di preti e di laici che – proseguendo una tradizione avviata da don Sergio Colombo (1942-2013) – approfondiscono di anno in anno diversi aspetti del magistero del Vaticano II, mettendo poi a disposizione di tutte le comunità cristiane della diocesi di Bergamo i risultati di questa attività di studio e confronto.  La catechesi in ambito parrocchiale resta, ancor oggi, «uno degli impegni più consistenti della pastorale cattolica – affermano gli organizzatori del convegno -: senza il tassello che essa rappresenta nella costruzione della comunità cristiana verrebbe a crearsi nel suo insieme un vuoto pratico di non poca importanza». Tuttavia, «mentre per la catechesi finalizzata all’iniziazione cristiana dei piccoli le nostre parrocchie investono ancora molto – e giustamente -, le stesse sono più in difficoltà a dover “iniziare” quel mondo di adulti che da tempo ha chiuso il capitolo della fede (e della Chiesa). È in atto un grande mutamento del paradigma antropologico che marca in profondità il processo di trasmissione dei saperi (anche della fede)». Il programma completo del convegno di Sotto il Monte può essere scaricato cliccando qui; ricordiamo che ai partecipanti è richiesto un contributo di 45 euro, comprensivo di tre cene presso la Casa del Pellegrino e del fascicolo degli atti. 

Nell’attività di ricerca condotta in vista di questo appuntamento, i membri del gruppo «Il Concilio oggi» hanno potuto contare sul sostegno e la consulenza di don Andrea Mangili, direttore dell’Ufficio catechistico della diocesi, e di Enzo Biemmi, membro dei Fratelli della Sacra Famiglia, docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Verona e a Roma, alla Pontificia Università Lateranense, all’Istituto pastorale “Redemptor Hominis”. Egli è autore, tra l’altro, de Il Secondo annuncio. La grazia di ricominciare (EDB, pp. 112, euro 9,40, ebook a 5,99 euro); ha anche firmato il capitolo conclusivo di un volume dei sociologi Alessandro Castegnaro e Giovanni Dalpiaz, Fuori dal recinto. Giovani, fede, chiesa: uno sguardo diverso (Àncora, pp. 208, 17 euro, ebook a 9,99 euro). 

A fratel Biemmi abbiamo chiesto di tornare sui temi affrontati in questi suoi scritti; data l’ampiezza dell’intervista, la sua seconda parte verrà pubblicata sul Santalessandro separatamente, tra pochi giorni. 

Parlando di catechesi, vogliamo partire da un fatto abbastanza sconcertante? Ci riferiamo alla «grande fuga» degli appena cresimati, che in molti casi non danno più notizia di sé in parrocchia. 

«L’abbandono della pratica religiosa dopo la Cresima è un fenomeno generalizzato, che si riscontra un po’ in tutta Italia, anche nelle aree in cui una religiosità “sociologica” ha tuttora una certa tenuta: in effetti, dopo aver ricevuto la Confermazione tre ragazzi su quattro non vengono più a Messa né prendono più parte alla vita parrocchiale (il che non implica che abbiano abbandonato tout court la fede). Credo che questo dato possa essere letto in due modi. Prima di tutto, segnala che il tradizionale percorso dell’iniziazione cristiana oggettivamente non inizia più alla fede, non introduce più nella vita della comunità ecclesiale. Si potrebbe però aggiungere, con una battuta, che tale “iniziazione” non avveniva neppure in passato, giacché non era questo l’obiettivo della catechesi: nella grande maggioranza dei casi, ancor prima di “andare a dottrina” i bambini erano già formati alla fede nei tre grandi “grembi generatori” della famiglia, della scuola e in generale di una società in cui – soprattutto nei paesi – l’appartenenza civile quasi coincideva con quella religiosa. In questa situazione (che qualcuno ha definito di “catecumenato sociologico”) il percorso dell’iniziazione cristiana non mirava a far conoscere la fede e la vita della Chiesa, ma a mettere chi già aveva ricevuto il battesimo nella condizione di poter accedere “bene” ai sacramenti successivi». 

Oggi però, salvo eccezioni, è venuto meno il contesto di un «cattolicesimo ambientale».

«Sì, e dobbiamo prendere atto che alcuni dispositivi efficaci in passato ora non risultano più funzionali. Di fatto, si è avviato un lavoro di riflessione e sperimentazione per determinare che cosa potrebbe diventare prossimamente l’attuale modello dell’ora settimanale di catechismo in parrocchia. Ora si tratta davvero di introdurre alla vita cristiana dei bambini e ragazzi che sempre più raramente, nelle loro famiglie, hanno appreso preventivamente l’alfabeto della fede (molti catechisti raccontano di scolari di prima e seconda elementare che non sono più capaci di fare il segno della croce). In un certo senso, la situazione attuale è analoga a quella del catecumenato nei primi secoli dell’era cristiana: occorre predisporre dei percorsi per chi, inizialmente, non sa che cosa sia il cristianesimo o ne ha un’idea molto vaga». 

Non lo si sta già facendo, almeno in parte?  

«Sono vent’anni che la Chiesa italiana procede in questo senso, con tentativi più o meno riusciti, più o meno coraggiosi a seconda delle diocesi. Tutti questi sforzi possono essere ricondotti al principio dell'”ispirazione catecumenale”, secondo la formula utilizzata in documento pubblicato dalla CEI nel 2014, Incontriamo Gesù.  “Ispirazione catecumenale” significa, in sostanza, che si accettano diversi modelli, purché siano volti ad aprire degli spazi in cui le persone gradualmente possano pervenire alla fede. Però, sempre riguardo alla grande fuga dei ragazzi dopo la Cresima, vale anche un secondo discorso: a loro si può applicare solo in parte l’idea di un catecumenato come avveniva nell’antichità, perché in quell’epoca la conversione al cristianesimo presupponeva la libera decisione di un adulto, o di un giovane adulto, che rompeva con il proprio passato e si metteva alla sequela di Gesù. Nel caso dei preadolescenti, è difficile che essi autonomamente “scelgano di credere”. Da questo punto di vista, il diffuso abbandono dopo la Cresima non dovrebbe essere vissuto in modo troppo colpevolizzante dai catechisti e dagli altri operatori pastorali: l’età di cui stiamo parlando si caratterizza per un fisiologico distacco dalla famiglia, dalle abitudini dell’infanzia, dalle precedenti frequentazioni». 

Non è una caporetto della Chiesa, insomma, se questi ragazzi si assentano almeno temporaneamente dalle parrocchie. 

«In molti casi, l’adolescenza può costituire un’officina in cui il singolo, smontando e rimontando quanto precedentemente ha ricevuto, tenta di capire che cosa sia maggiormente significativo per la propria vita. Così, nella prospettiva di un possibile “ritorno consapevole” in età adulta, è comunque importante che anche chi non frequenta più l’oratorio abbia un ricordo positivo dei propri catechisti. Occorre, insomma, che i ragazzi siano accolti in parrocchia da belle persone, appassionate alla fede: a distanza di tempo, la memoria di questi incontri potrebbe costituire il germe di una nuova fioritura, come talvolta succede quando si frequentano i corsi di preparazione al matrimonio o si chiede il battesimo per un figlio».

Scarica il pieghevole con il programma del convegno qui

(1 – continua)

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