Famiglia – l’amore coniugale implica l’accettazione del limite

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“L’amore convive con l’imperfezione, la scusa, e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata” (AL 113).

Queste parole del Papa sarebbero da mettere in cornice e regalare a tutti i fidanzati prossimi alle nozze, ma anche ai novelli sposi e perché no agli sposi maturi, ovvero a tutti quelli che o per troppo entusiasmo degli inizi, o per la stanchezza nel cammino, avessero la tentazione di credere che l’amore coniugale non contempli l’accettazione del limite. Gli ultimi versi dell’inno paolino commentato dal Papa sono quattro espressioni che parlano di una totalità, un ‘tutto’ a cui l’amore tende contrapponendosi alle minacce, alle tentazioni o alle mode del mondo. La prima è che “l’amore tutto scusa”. Si tratta – spiega il Papa – di qualcosa di diverso dal non tenere conto del male ricevuto, perché i termini greci hanno più a che fare con la lingua, col tacere gli aspetti negativi che si ritrovano nell’altra persona. Quanto è difficile limitare il giudizio, o sospenderlo e anche ritirarlo una volta emesso!

Le nostre, anche quelle più piccole, sono spesso condanne irrevocabili e non ricordiamo mai abbastanza le tante occasioni in cui la Bibbia stigmatizza la violenza verbale, capace di infliggere ferite spesso più indelebili di quelle del corpo. Un adagio moderno recita “Non parlatemi male degli altri o penserò male di voi prima che di loro” eppure siamo sempre pronti a sfoderare la lama della parola, anche in quell’ambiguo stagno a cui attingono il pettegolezzo, il sarcasmo o la presa in giro maliziosa. L’amore no: “si prende cura dell’immagine degli altri, con una delicatezza che porta a preservare persino la buona fama dei nemici” (AL 112).

Chissà se il Papa pensava al mondo dei social network, in cui alla miriade dei like dispensati senza troppo pensare, si unisce in rete una marea di rancore virtuale, fatto di insulti e diffamazioni alla cieca? Dobbiamo allenarci a non dire male e anzi a riscoprire il gusto di dire bene, di benedire e lo possiamo iniziare a fare in famiglia. Basta un semplice gesto o una parola a inizio giornata anche fra genitori e figli, ma poi sono soprattutto gli sposi i primi a dover parlare bene l’uno dell’altro. Ammettiamolo: basta mettere insieme tre o quattro coppie di amici e lo “sport nazionale”, pur con apparente bonomia, è quello di lamentarsi dei difetti del coniuge, cercando la complicità degli altri, magari fra una risata e l’altra, senza distinzioni fra maschi e femmine.

Ė più raro – ma quando avviene edifica e commuove – trovare sposi che pur riconoscendo il limite dell’altro, senza ingenuità, non lo considerano, però, il tutto. Sanno andare oltre, non fermano lì il loro amore e così sono anche capaci di esporre con orgoglio e gratitudine i pregi reciproci. Lo sguardo caldo e penetrante di chi ti ha scelto per sempre ed è pronto a caricarsi di tutti i tuoi difetti (anche quelli più banali e ripetitivi) per assumerli, trasformarli e sapere che tu farai lo stesso con lui è lo sguardo che il Papa invita ad avere a tutte le coppie di sposi, andando davvero contro corrente. Sono proprio gli sposi che sanno dire bene l’uno dell’altro quelli che possono indurre le nuove generazioni a ritrovare il gusto di sposarsi, di voler vivere quel “per sempre” che è già il centuplo quaggiù.

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