Jurassic film. “Il regno distrutto” sbanca ai botteghini, i dinosauri non si estingueranno mai

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I dinosauri popolavano la Terra, e torneranno a popolarla. Niente paura, perché se la prima parte dell’affermazione è vera, la seconda è (almeno per ora…), frutto della fantasia. La fantasia degli sceneggiatori di “ Jurassic World – Il regno distrutto ”, il film che sta sbancando ai botteghini, ideale seguito del precedente “Jurassic World” e probabile secondo capitolo di una nuova trilogia, dopo quella inaugurata nel 1993 da Steven Spielberg con il suo “Jurassik Park” e proseguita nel 1997 con “Il mondo perduto: Jurassic Park”, sempre diretto da Spielberg e nel 2001 con “Jurassic Park III” di Joe Johnston.

Tutto ha inizio dalla geniale intuizione dell’indimenticato Michael Crichton (1942 – 2008) che nel 1990 dà alle stampe il romanzo “ Jurassic Park ”, appunto (edito in Italia da Garzanti), da cui tre anni dopo Spielberg trarrà l’omonimo film. Laureato in medicina e chirurgia, Crichton, già da studente, si cimenta con la narrativa scrivendo numerosi racconti e romanzi sotto diversi pseudonimi. Abbandonata la professione medica, Crichton prosegue la sua carriera letteraria sia come romanziere che come sceneggiatore (e anche come regista). In questa ultima veste è l’inventore della serie televisiva “E.R. – Medici in prima linea”. Tra i suoi romanzi, oltre a quello che gli darà fama planetaria, ricordiamo anche “Andromeda”, “Il terminale uomo”, “La grande rapina al treno” del quale curerà come regista la trasposizione cinematografica, così come dirigerà “Coma profondo”, un medical-thriller che contribuirà a lanciare la carriera d’attore di Michael Douglas. E ancora i romanzi “Mangiatori di morte”, “Congo”, “Sfera”, “Sol levante” (portato sullo schermo ancora da Steven Spielberg), e tanti altri.

Tutto inizia con l’ambra. Scrive Crichton:

“che rapporto c’è tra i dinosauri e l’ambra?”. “L’ambra?”. “Sì. È quella resina, la linfa fossilizzata degli alberi…”. “So cos’è”, lo interruppe Grant. “ma cosa c’entra l’ambra?”.

E più avanti, qualche pagina dopo del romanzo: «… Regis presentò loro Henry Wu, un trentacinquenne alto e magro. “Il dottor Wu è il nostro genetista capo. Sarà lui a spiegarvi che cosa facciamo qui”. Henry Wu sorrise. “Ci proverò, perlomeno”, disse, “la genetica è un po’ complicata. Ma probabilmente vi starete chiedendo da dove provenga il nostro Dna di dinosauro”. “In effetti mi ero posto il problema”, disse Grant (…) “Le fonti possibili sono due”, spiegò Wu, “talvolta riusciamo ad ottenere il Dna direttamente dalle ossa dei dinosauri (…) ma per procedere alla clonazione abbiamo bisogno di un’intera sequenza di Dna di dinosauro. E la otteniamo da questi”. Alzò la mano mostrando uno dei ciottoli gialli. “Dall’ambra… la resina fossile degli alberi preistorici”».

Per farla breve: all’interno di alcuni blocchi di ambra sono rimasti intrappolati alcuni insetti preistorici, alcuni dei quali potrebbero aver succhiato il sangue dei dinosauri. Estraendo questo sangue gli scienziati verrebbero in possesso della sequenza di Dna, quella di cui hanno bisogno per clonare i bestioni preistorici. Dal punto di vista squisitamente teorico, il ragionamento non fa una piega (in pratica è tutta un’altra faccenda). E nemmeno da quello cinematografico, come dimostra l’immutato successo dell’ormai longevo “brand” che ha dato il via anche alla dinosauro mania, qualche anno fa, presso le giovani generazioni.

Certo, è innegabile che la prima apparizione dei dinosauri sullo schermo in quell’ormai lontano 1993 resti indimenticabile ma poi, come per tutte le cose, ci si fa l’abitudine. È per questo che, nei capitoli successivi, e soprattutto nella nuova trilogia che ha preso il nome di “Jurassic World ”, gli autori sono stati “costretti” ad alzare via via il tiro per stupire ogni volta gli spettatori, ormai assuefatti alla presenza (sullo schermo) dei dinosauri: i proprietari del parco – scrivevamo recensendo il film precedente – per attrarre sempre nuovi visitatori, devono progettare un nuovo dinosauro, più forte, più terrificante, addirittura «più “fico”» – come dice l’amministratore agli sviluppatori, così il film deve ricorrere ad un utilizzo sempre più massiccio degli effetti speciali digitali per alzare, appunto, il livello di attenzione dello spettatore. Cosa che succede e si amplifica ulteriormente in questo “Jurassic World – Il regno distrutto” (che è quasi un horror), nel quale fa la sua comparsa una nuova, terrificante creatura, l’Indoraptor, un ibrido studiato completamente in laboratorio per scopi militari e, naturalmente, per fare un sacco di soldi.

Ma il vero punto cruciale di questo nuovo capitolo della saga è quello cui accennavamo all’inizio. Ricordiamo che nel film precedente il parco era stato distrutto e gli animali avevano occupato tutto il territorio dell’Isla Nublar dove sorgeva. Ora l’isola è minacciata dall’eruzione del vulcano che si trova al suo interno e quindi gli scienziati si pongono il dilemma se salvare gli animali oppure lasciare che la natura faccia il suo corso e li distrugga. Due posizioni contrapposte che sono, appunto, il nucleo di tutta la faccenda. Dato che l’uomo si è divertito “a giocare a fare Dio”, sostiene qualcuno, è giusto che, per rimediare all’errore, si lascino morire gli animali. Del resto la natura stessa si è già incaricata, nel passato, di estinguere quelle specie. No, rispondono gli ambientalisti e gli animalisti di turno: ormai i dinosauri e esistono ed è giusto anzi, doveroso, salvarli dalla distruzione. I dinosauri torneranno, quindi, a popolare la Terra?

Intanto (spoiler!), alla fine di questo “Jurassic World – Il regno distrutto”, le gabbie vengono aperte (non diremo come e da chi), i dinosauri e tutte le altre specie affini, liberati, si rimpossessano degli spazi naturali ma, ovviamente, anche di quelli urbani. E chissà, un domani, fermi ad un semaforo, seduti comodamente nella nostra automobile, ci vedremo sfrecciare davanti un agile velociraptor. E forse non sarebbe una bella visione. Aspettiamo con ansia, quindi, se ci sarà, ma probabilmente sì, la terza parte di “Jurassic World”: solo al cinema, però.

 

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