Nelle parrocchie: dovere e piacere. Il risentimento

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È qualche giorno che ho in testa questa questione. Mi fa paura, molta paura. Ne ho fatto oggetto di preghiera e di riflessione, oltre che di confronto con il padre spirituale.

Mi fa paura l’aggressività crescente che vedo nelle persone, anche per motivi di scarsa importanza. Soprattutto, noto come sia divenuto facile il risentimento. Mi lascia perplesso notare come il non ottenere ciò che si vuole, anche nel piccolo grande mondo del volontariato nelle nostre comunità, dia luogo a conflittualità che risultano difficili da risolvere.

Ciò che piace e ciò che serve

Dal mio punto di vista, certamente ristretto ma non credo da sprovveduto, ho la percezione che alcune possibili cause siano da ricercare nella confusione tra “dovere” e “piacere”, tra ciò che piace e ciò che serve. Provo a esemplificare quello che anch’io sto ancora cercando di sistematizzare nel mio pensiero. Nella Chiesa, a tutti i livelli, ci sono decisioni da prendere, che riguardano le persone. Il Papa sceglie, con l’aiuto dei collaboratori, i Vescovi e altri suoi rappresentanti; il Vescovo sceglie dove mandare i suoi preti; i parroci e i curati cercano di distribuire i loro volontari sulla base di quello che serve in parrocchia o in Oratorio. Chiaramente si cerca di guardare alla persona, alle sue attitudini, al suo carattere, al suo comportamento, cercando di immaginare quella tal persona in quel determinato incarico e ipotizzando come potrà destreggiarsi nel gestirlo: ovviamente, pur con tutta l’attenzione che si può mettere in gioco, si può sbagliare, valutare male, qualcosa può sfuggire, sempre in buona fede. Si cerca anche, per quanto possibile, di dialogare con le persone e di tener conto delle loro richieste. Non metto a fare il catechista chi mi dà disponibilità per il bar; nemmeno chiedo di fare le pulizie a chi sa far bene l’allenatore o chiedo di gestire la segreteria a chi non sopporta fatture, bonifici e conti. Tuttavia, devo guardare a quello che serve, non solo a quello che ciascuno fa volentieri.

“Allora ce l’hai con me…”

Chiaramente, se una persona proprio non sopporta un certo settore glielo evito, ma se una vuole per forza ciò che ha in mente, che devo fare? E qui si colloca il risentimento. “Allora ce l’hai con me!”; “se non mi vuoi dimmelo!”; “certo, quello là lo metti nell’equipe e io con tutto quello che faccio no…”: quante volte si sentono frasi così! Ora, io fatico a capire il perché si dovrebbero fare scelte contro qualcuno. Proprio non lo capisco. Personalmente, cerco di scegliere per il bene delle mie comunità e quando scelgo qualcuno per un incarico io valuto il perché scelgo quella persona, non il perché non scelgo altri. Non è brutto e cattivo chi non viene scelto, semplicemente ritengo altri possano far meglio quella determinata cosa. Io ragiono in questo modo, ma molteplici eventi mi mostrano che quanto per me è logico, come per tanti altri, per alcuni non lo è.

Devo pensarci ancora e rasserenarmi un po’. Mi auguro, e mi permetto di augurarlo innanzitutto a me, perché anch’io ho chi decide del mio ministero, di rimanere fermo nella mia convinzione: prima quello che serve, se poi sarà anche quello che più  piace, meglio così!

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