No agli sprechi. Marino Niola: “Gli italiani sono più sensibili alla cultura del cibo”

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La notizia è ufficiale: buttiamo meno cibo nella spazzatura. Una indagine del Ministero dell’Ambiente con il dipartimento di Scienze agro-alimentari di Bologna e “Waste Watcher” testimonia che non apparteniamo più al popolo del “food waste”, ovvero dello spreco di cibo.

La ricerca, la prima su dati reali e non stimati, è stata fatta dando 430 diari ad altrettanti nuclei familiari, affinché scrivessero quotidianamente tutti gli acquisti e pesassero i rispettivi rifiuti alimentari. Il risultato è stato incoraggiante: sembra che in 12 mesi, cioè dal 2016 al 2017, gli italiani interessati dalla ricerca siano passati dallo sprecare 360 a 250 euro di cibo, con un risparmio di 110 euro a persona, 300 euro circa a famiglia. Se è vero che la ricerca è stata condotta tenendo sotto osservazione un gruppo di cittadini che sapeva di essere sotto osservazione e quindi conteneva gli sprechi, resta sempre una buona notizia.

Ne parliamo con Marino Niola, uno degli antropologi italiani che da anni si dedicano al tema dell’alimentazione. Niola è giornalista, divulgatore scientifico, docente di Miti e riti della gastronomia contemporanea dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, editorialista de “La Repubblica”, curatore della rubrica “Miti d’oggi” sul “Venerdì” di Repubblica e Presidente della Città del Gusto di Napoli.  «Sprechiamo meno, perché si comincia a diffondere la cultura del cibo» sostiene Niola, nato a Napoli il 4 settembre 1943, antropologo della contemporaneità.

Una ricerca del Ministero dell’Ambiente e con il dipartimento di Scienze agro-alimentari di Bologna e “Waste Watcher” ha certificato che gli italiani in un anno hanno dimezzato la quantità di avanzi gettati. Prof Niola, stiamo forse diventando un popolo di virtuosi? 

«Non so se stiamo diventando un popolo di virtuosi, sicuramente sta crescendo la sensibilità nei confronti di questo tema. In parte per ragioni ambientali, in parte per ragioni etiche, fatto sta che i ripetuti appelli anti spreco, come quello lanciato alcuni anni fa dall’agronomo ed economista Andrea Segrè con iniziative sociali come “Last minute market” (Mercato dell’ultimo minuto) volte a cercare in tutti i modi di rifunzionalizzare gli sprechi alimentari riducendo il cibo, stanno producendo qualcosa. Fino a qualche anno fa c’è stato un equivoco, per cultura del cibo s’intendeva l’educazione alimentare, cioè quella che fanno i medici nutrizionisti, che serve ma serve a poco se è da sola. Invece cultura del cibo vuol dire anche imparare a riconoscere il suo valore, quanto costa produrlo, la fatica, tutta la storia che c’è dietro. Quindi rispettarlo, non considerarlo solo una merce».

Il merito dell’evoluzione del nostro comportamento è che finalmente anche in Italia dal settembre del 2016 esiste una legge che favorisce l’uso consapevole delle risorse, facilitando le donazioni alimentari da parte della grande distribuzione? 

«Certamente. In questo caso le norme favoriscono, anche perché danno alle persone una misura del comportamento, un orientamento. Quindi da questo punto di vista s’innesca un circolo virtuoso fra le leggi e la sensibilità. Le une aiutano le altre».

I 430 diari raccontano che al primo posto finisce nella pattumiera la verdura, poi latte e latticini, per finire con la frutta. Qual è la causa principale per la quale si butta il cibo? 

«Questa classifica dei cibi che finiscono prima degli altri nella pattumiera in parte è dovuto alle caratteristiche organolettiche dei cibi. La verdura deperisce molto prima, e così via. Però in generale resta il problema. La ragione per cui si butta ancora molto cibo è che noi negli ultimi trent’anni abbiamo consumato molto più di quanto siamo in grado di metabolizzare. Il vero problema è questa sorta di bulimia sociale che ha ostruito le arterie del mondo ricco dell’Occidente. L’immagine di tutto questo sono le montagne di rifiuti che assediano le nostre città che sono la testimonianza del fatto che noi consumiamo troppo rispetto a quanto non siamo in grado di metabolizzare».

Per quale motivo non si riutilizzano più in cucina gli avanzi come una volta? 

«Perché il motore economico della società dei consumi era il consumo rapido. Riutilizzare fa vendere meno e favorisce meno il mercato, anche se sul tempo lungo poi questa corsa dissennata allo spreco favorisce pure il mercato, però diventa antieconomica. Infatti, quest’accumulo di rifiuto, questo gettare continuamente e dissennatamente produce una serie di danni e di scarti. Non solo scarti alimentari ma anche scarti umani. Non è un caso che la nostra è una società che butta moltissimo, spreca non solo risorse alimentari e oggetti ma spreca anche risorse umane. Basta andare in una grande città degli Stati Uniti, lì è stridente il confronto tra il centro scintillante e il retrobottega desolato che sono per esempio i quartieri etnici dove la maggior parte della popolazione vegeta. Queste sono le vittime, gli scarti di questo capitalismo rampante».

Dall’inizio del secolo non è mai stata acquistata, e consumata, così tanta frutta e verdura come nel 2017. È il ritorno alla dieta mediterranea, dichiarata qualche anno fa patrimonio intangibile dell’Umanità? 

«Sì, penso che in buona parte questa insistenza, questa valorizzazione della dieta mediterranea che è iniziata quando l’Unesco l’ha classificata tra i patrimoni dell’Umanità, sta avendo una ricaduta positiva. In questo molto merito va dato a tutte le forze attive sul territorio che promuovono e valorizzano la dieta mediterranea, non ultimi gli enti di ricerca. Penso anche a libri illuminanti come “La dieta mediterranea. Mito e storia di uno stile di vita” dell’antropologa Elisabetta Moro (Il Mulino 2014) che racconta che cosa è stata la scoperta della dieta mediterranea e che cosa ha rappresentato. Il testo, straordinario strumento di conoscenza che sta producendo una nuova consapevolezza, racconta chi ha scoperto la dieta mediterranea, quali sono i suoi benefici e quali ricerche mediche ha innescato».

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