Posso invitarti a cena? No, grazie. Com’è difficile la vita sociale degli allergici

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“Aperitivo e cena stasera? Ci siamo tutti. Viene anche Matteo che è tornato dall’America”

“Non riesco stasera, lavoro. Magari vi raggiungo dopo”.

“Ok, peccato”.

Questo è un dialogo frequente tra una persona allergica ad alcuni cibi e un amico, sempre lo stesso oppure tutte le volte diverso. Se è vero come è vero che bere e mangiare sono la miglior situazione per stare insieme agli altri, per socializzare, per essere protagonisti del più classico Simposio di Platonica memoria, allora è vero che chi è severamente allergico ad alcuni alimenti rischia seriamente di non poter partecipare alla vita sociale come tutti o comunque di non poterlo fare serenamente.

Chi scrive lo sa bene, molto bene: allergico da sempre al pesce e alle uova. Ecco perché la notizia della morte della ventiquattrenne toscana, sopraggiunta a causa di uno shock anafilattico manifestatosi poco dopo una cena in un ristorante, riapre una ferita sempre fresca, anzi la rende più profonda. Può succedere, raramente, ma può succedere. Basta una volta. Il pensiero, il primo pensiero, è proprio questo. Non è solo un timore, è una realtà, un dato di fatto. Certo, l’eventualità che capiti non è più plausibile di un incidente stradale, di una malattia o di un qualunque altro grave inconveniente di salute, ma l’essere allergici a qualche alimento è diverso. Sarà perché si dipende da altri, sarà per la dinamica, sarà per la poca informazione, sarà perché non siamo in tanti ad essere allergici in questo modo e allora sentirsi diversi spaventa.

Sarà per tutto questo, sta di fatto che questo problema limita notevolmente la vita sociale. Quando sei piccolo vivi nei ricordi spesso ironici della mamma che ti racconta di quando ha scoperto le tue allergie, di quando sei finito all’ospedale, di quando sei stato con l’ossigeno attaccato per una notte e dunque sei quasi affascinato da questo, lo racconti agli altri, ma non sei perfettamente consapevole di quello a cui sei esposto. Resti male quando alle feste di compleanno dei tuoi amichetti hai solo una mano occupata, quella del bicchiere di Coca-Cola, mentre gli altri (tutti gli altri) le hanno entrambe occupate: da una parte la Coca-Cola, dall’altro la fetta di torta cremosa, grande, soffice, con meringhe, bignè, decorazioni, disegni, e chi più ne ha più ne metta. E a ogni giro devi rifiutare, spiegare il tuo problema e accettare la smorfia del prossimo che sta tra l’allibito, l’impietosito e l’incredulo.

Poi arriva l’adolescenza, dove ti senti invincibile e quasi ti scordi delle tue allergie. Rischi, chissà quante volte, ti accorgi che alcuni cibi puoi mangiarli perché crescendo alcune allergie passano. Fino a che capita, dopo anni, un altro episodio. E, cosa più assurda, che ti dà fastidio non è il solito cibo a cui sai di essere allergico, ma uno nuovo: la farina integrale e alcuni cereali. Vomito, mal di pancia, orticaria, battito accelerato e, aspetto più tremendo, fiato che inizia ad accorciarsi. Una pastiglia di antistaminico o di cortisone e piano piano tutto passa. Ma se succede ancora? Se succede più grave? Se non basta una pastiglietta? E così si entra in un circolo vizioso che rischia di isolare.

Dove sta il problema? Certo, forse un pizzico anche nella psiche di noi allergici, più esposti e anche più deboli, ma di certo gli altri non aiutano. I ristoranti, in primis sempre più attenti, ma non così attenti. “Ci mancherebbe, noi il pesce lo trattiamo poco”, frase detta da un cameriere in un ristorante noto per il pesce buono quando ho azzardato chiedere attenzione al pesce per via della mia allergia. “Usate farina integrale? Perché sono allergico e non vorrei rischiare” chiedo ad un noto pizzaiolo di fama nazionale. Risposta: “Allergico? Mai sentito”. E torna ad impastare distogliendo lo sguardo. Per non parlare dei buffet, dove le acciughe si confondono con le mozzarelle e le salse tonnate compaiono in panini apparentemente innocui.

Ammetto che capisco la difficoltà dei cuochi a controllare ogni minimo particolare perché lo vedo pure in casa che, nonostante mamma e papà siano attenti in modo maniacale a quello che mi mettono nel piatto, ogni tanto qualcosa sfugge. Un coltello sporco di tonno usato per tagliarmi una fetta di formaggio, un cucchiaio usato per qualche zuppa di pesce messo nella ciotola dei pomodori che vorrei mangiare e via dicendo. E allora l’ansia cresce anche in casa, anche se si è più protetti. Mangiare dunque diventa un problema: per un’ora, perché quello hai capito che è il lasso di tempo massimo entro cui può subentrare una reazione, gli occhi si ribaltano idealmente dentro a sé stessi quasi che si aspettino i sintomi dell’allergia. Il 99,9% delle volte non succede nulla, ma in quei 60 minuti non esiste nient’altro e nessun altro. E dopo? Si è stanchi, di stare in allerta, di non partecipare alle conversazioni e quindi si continua ad essere assenti e quindi ci si dice: “Basta, non esco più”. E invece si esce, perché non si può far altro.

Ma d’estate il problema aumenta. Andare all’estero diventa difficile perché farsi capire è più complicato, perché i piatti non sono gli stessi, perché le ricette cambiano, perché sei un turista e l’importante è darti da mangiare qualunque cosa, perché spesso ci si arrangia in qualche baretto sulla spiaggia che di certo non ha le stesse precauzioni di un ristorante di città, anche solo per il fatto che al mare sembra esista solo il pesce. E allora programmare le vacanze diventa complicato. Mi raccontano di viaggi meravigliosi, in posti esotici che sogno tutte le notti, di spiagge isolate con mari cristallini. Tutto bello, tutto da sogno, fino a che arriva la fatidica domanda: “E li cosa si mangia?”. “Ah, pesce buonissimo, si cucina praticamente solo quello”, la risposta. Bene, non posso permettermelo. Quest’anno volevo azzardare un viaggio più ambizioso, convinto a sfidare le allergie. Ho fatto nuovi test allergici allora, convinto con tutto me stesso che le mie allergie fossero passate e che potessi partire sereno. E invece no, o meglio: se l’uovo ha deciso di essere mio amico, il pesce continua ad essere mio acerrimo nemico. E allora il mare esotico posso scordarmelo. Scelgo qualcosa di più abbordabile e apparentemente sicuro, con cortisone di ogni tipo sempre appresso e con l’adrenalina prescritta dall’allergologa sempre pronta.

Esistono malattie ben più gravi, esistono persone che fanno il giro del mondo senza gambe e senza braccia, esistono persone che non possono mangiare perché non hanno i soldi per farlo. Lo sappiamo, ma sappiamo che il nostro problema non deve essere sottovalutato e che, anzi, deve essere approfondito e conosciuto. Dai ristoratori soprattutto perché la nostra salute dipende da loro. Questo non è uno sfogo, ma una richiesta di aiuto e comprensione. Anche all’opinione pubblica: gli allergici non sono intolleranti, l’allergia non è un po’ di mal di stomaco, se non mangiamo ciò che ci fa male non è per tenere la linea, se non mangiamo pesce perché siamo allergici non è per le milioni di fake news che circolano attorno al cibo. È perché siamo “malati” e come tali dobbiamo curarci, anzi dobbiamo prevenire, lo dice pure il proverbio.

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