The handmaid’s tale – Eco distopico di un futuro possibile (e drammatico)

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E’ difficile immaginare che “Il racconto dell’ancella”,  il romanzo della scrittrice canadese Margaret Atwood da cui è stata tratta l’omonima serie televisiva che sta sbancando su Hulu e di cui ora sta andando in onda la seconda stagione, sia stato scritto nel 1983.

E’ difficile perché la sua straordinaria e inquietante attualità straborda dai limiti temporali e ributta sul piano del dibattito attuale, venticinque anni dopo la sua genesi, temi, questioni e riflessioni che ci eravamo abituati a dare per scontati, e che invece si dimostrano fragili e sfuggenti.

Guardando “The handmaid’s tale” si ha la terrificante sensazione di conoscere i meccanismi che strisciano nella distopia futuristica immaginata dalla Atwood, per il semplice motivo che quei meccanismi sono i nostri. Li viviamo – in piccolo, ancora in embrione forse – nella nostra quotidianità. Il futuro distorto di Gilead è drasticamente familiare: lo si riconosce come possibile. E forse è questa la più grande riflessione che ci può offrire una delle serie televisive più riuscite degli ultimi anni.

 

“The handmaid’s tale”, un futuro distopico basato sull’oppressione femminile

Ma andiamo con ordine. “The handmaid’s tale” è ambientata a Gilead, un regime teocratico nato con un colpo di stato sulle macerie degli Stati Uniti in un mondo devastato da guerre, inquinamento nucleare e soprattutto drastico calo demografico e della fertilità umana. In questa dittatura religiosa – che ricalca nei linguaggi e nei dogmi le radici puritane degli Stati Uniti – le donne non hanno più alcun ruolo né potere e si dividono in Mogli (le compagne dei comandanti che governano Gilead), Marte (donne sterili, impiegate come inservienti domestiche), Nondonne (ribelli, femministe, omosessuali o comunque donne scomode, costrette dal nuovo regime ai lavori forzati nelle colonie) e Ancelle. Su queste ultime ricade il peso più cruento della teocrazia di Gilead: le Ancelle sono donne fertili assegnate come proprietà ai Comandanti con l’obiettivo di fornire loro una discendenza. Obiettivo che non può passare che dalla violenza fisica, perpetrata mese dopo mese in un rituale di procreazione chiamato “la Cerimonia”. Le Ancelle, nella distorta distopia di Gilead, sono donne “cadute” – divorziate, atee, ragazze madri – che ora hanno la possibilità di “redimersi” agli occhi di Dio con il loro “servizio di procreazione”. Non hanno neanche diritto al loro nome: diventano “di” qualcuno. Difred, Dimark, Dijohn.

 

Agognata, negata, temuta, violentata: la maternità come filo conduttore

Nelle vicende della protagonista June / Difred – magistralmente interpretata da Elisabeth Moss – si intrecciano questioni diverse, indissolubilmente legate tra loro eppure non sempre classificabili con un netto “bianco/nero”, “bene/male”. La stessa maternità è affrontata su più piani: quello politico, quello religioso, quello collettivo e sociale. E ancora, il piano personale ed etico: la maternità agognata dalle Mogli dei comandanti e la loro sofferenza per la sterilità (ma sterili lo sono poi davvero, o non è che l’eco di uno stigma che storicamente passa sempre dalle donne anche quando la “colpa” è dell’uomo?), che si lega alla domanda su cosa si sia disposte a fare pur di avere un figlio. C’è poi la dimensione personale delle Ancelle, spogliate della loro identità e costrette a vivere la dimensione della gravidanza a seguito di stupri sistematici: ma nonostante ciò, la tenerezza delle Ancelle rispetto ai bambini che portano in grembo è struggente tanto quanto il pensiero che il “privilegio” della procreazione sia una sorta di rivendicazione di valore rispetto alla sterilità di chi le maltratta quotidianamente.

La maternità fa da filo conduttore alle altre tematiche e alle altre storie. Ecco allora che vediamo l’ambiguo personaggio di Serena Joy Waterford, donna intelligente e combattiva che ha contribuito a creare la dittatura gileadiana salvo poi diventarne una delle principali vittime. Da pasionaria della rivoluzione basata sui principi di fede a moglie sottomessa, da intellettuale di spicco a modello di una femminilità totalmente asservita ad un potere maschile.

Ecco che seguiamo la struggente storia di Janine, dolcissima e ingenua Ancella a cui è stata strappata la figlia appena nata e che non ha mai superato il trauma. Oppure quella della stessa June, la cui figlia precedente è stata assegnata ad un’altra famiglia di Gilead mentre lei è costretta a portare a termine la gravidanza di un figlio che andrà a Serena Joy. L’elenco potrebbe essere lungo, perché sono tutte donne i personaggi che si muovono nel claustrofobico mondo di stanze chiuse e porte sbattute in faccia che costituiscono la cifra distintiva della dimensione femminile a Gilead descritta dalla Atwood.

 

Siamo così distanti da Gilead?

“The handmaid’s tale” è una serie straniante e difficile da guardare. Lo è perché fa della violenza psicologica sottile la sua cifra distintiva, e perché il confine tra “prima” e “dopo” è labile, continuamente nutrito dai flashback dei personaggi: e il “prima” di Gilead non è che l’oggi, la nostra quotidianità, e allora è molto più automatico fare parallelismi. Siamo davvero così lontani da Gilead, quando ogni giorno si leggono i soliti commenti del “se l’è cercata” sotto la notizia di uno stupro? Siamo davvero così distanti da quelle esasperazioni, quando una donna ha valore solo in relazione alla maternità e non in relazione alla sua individualità come persona? Manca davvero molto a Gilead, ogni volta che qualcuno insinua la necessità per le donne di stare a casa a badare alla famiglia e ogni volta che qualcuno non smentisce queste affermazioni e le riduce a “battute”? Uno dei personaggi più riusciti e inquietanti della serie, Zia Lydia, dice una volta a June / Difred: “Gilead è dentro di te”. E forse è questo il monito più grande di questa serie: Gilead è già dentro di noi. Sta a noi decidere se farlo diventare una realtà o meno.

 

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