Genitori inventano app per farsi rispondere dai figli adolescenti

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Li chiamano nativi digitali ma usano il telefono prevalentemente per giocare, vedere video e naturalmente chattare.
Se approfondisci, scopri pure che il pc lo accendono generalmente per collegarsi ai social. Non sanno usare i programmi. Coi tablet poi fanno foto e video. Sono eccelsi a filtrare e “fotoscioppare”. Se la cavano anche nella creazione artigianale delle gif.

Naturalmente questa è la tendenza generale e non tiene conto della contezza digitale dei nerd e dei più scafati tra gli adolescenti. Magari questa fase di inadeguatezza allo stesso status che la società gli ha appiccicato addosso come una etichetta, è transitoria e si colma col passare degli anni e con l’acquisizione di tutti i poteri e segreti dell’informatica e della rete. Fino al punto che i nativi diventano davvero digitali con “certificazione di autenticità e performance”.

Nel frattempo, però, mentre chattano e giocano, spesso sono incapaci di interagire perfino con le funzioni di base degli smartphone. Tipo quella di rispondere alla chiamata vocale: insomma la “classica telefonata” per noi immigrati digitali. Il telefono vibra o squilla e loro imperterriti continuano a usarlo per altri scopi.
“Ma non rispondi al telefono?”. “Richiamo dopo”. In un veloce scambio di battute la situazione è preso liquidata.

Poi arriva sempre, però, quel momento drammatico in cui il genitore (che il telefono lo compra apposta “per stare tranquillo” quando il figlio è fuori, o anche semplicemente quando lo lascia a casa da solo) prova lui stesso a telefonare, senza avere alcun riscontro. Neppure un laconico messaggio a dire: “ti richiamo dopo”.
Il nulla. E il genitore medio (soprattutto se femmina) ci mette una frazione di secondo a riempire quel vuoto comunicativo con una serie di inenarrabili disgrazie immaginarie. Nella testa parte una carrellata di fotogrammi sconvolgenti che spazia da: l’attentato terroristico all’incendio con relativo crollo dell’appartamento, nonché la rapina a mano armata da parte di una banda di malavitosi porta a porta e il malore imponderabile che accascia in terra e fa sbattere il cranio su quel famoso spigolo che mai abbiamo messo in sicurezza e fa sgorgare copiosamente ettolitri di sangue sul pavimento.

Insomma il senso di angoscia si gonfia in misura direttamente proporzionale al numero di squilli andati a vuoto e il genitore inizia ad avere i sudori freddi e le torsioni intestinali. Non è raro che si fiondi nella stanza del capo e con una scusa improbabile (perché, latente al fondo della coscienza, c’è sempre la convinzione che il diabolico adolescente stia benone e non risponda per chissà quale caspita di motivo) chieda un breve permesso orario per tornare a casa “a sistemare una (generica) emergenza”.
Così altrettanto di corsa si catapulta nell’auto e nevrotico inizia a strombettare nel traffico cittadino. Poi finalmente arriva a casa e citofona. Ma niente. Giunge alla porta di casa e poi… Il ragazzino è lì serafico sul divano con i suoi auricolari che ascolta Fedez e non sente. Non sente niente altro che quelle quattro note che escono dalle cuffiette. Inutile dire che si sfiora la tragedia familiare.
Oppure, si arriva addirittura a inventare le app “per combattere il nemico con le sue stesse armi”, come hanno fatto due ingegnosi genitori.

Sharon Standfid, una mamma texana, ex soldatessa nella guerra del Golfo ha inventato IgnoreNoMore che disabilita le funzioni dello smartphone dopo l’ennesima chiamata a vuoto del genitore. Anche il signor Herbert, londinese del sud est e padre del tredicenne Ben, ha inventato una app. Si chiama ReplyAsap e blocca il dispositivo facendo scattare un allarme che rimane attivo fino a quando il proprietario non si decide a rispondere al chiamante.
Insomma, laddove non arriva il potere dell’educazione…

 

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