L’incontro dei giovani con Papa Francesco. Don Falabretti: “La fede non è solo esperienza individuale”

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Sabato 11 e domenica 12 agosto 2018 Papa Francesco incontrerà i giovani dai 17 ai 29 anni. Giungeranno a Roma da tutte le diocesi d’Italia, per pregare insieme in vista della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in programma dal 3 al 28 ottobre sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

I ragazzi arriveranno a Roma dopo aver percorso nei giorni precedenti le strade e i luoghi legati alla pietà popolare, i santuari mariani e quelli dedicati ai santi della loro diocesi. Sarà, quindi tutta l’Italia che si metterà “in cammino”, un grande pellegrinaggio la cui destinazione finale sarà il ritrovo nella Capitale per la veglia di preghiera con il Pontefice al Circo Massimo l’11 Agosto e il giorno seguente la Santa Messa in Piazza San Pietro.

Don Michele Falabretti, responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI (Snpg), ci spiega il senso di questo cammino nel tempo attuale di dialogo e di ascolto. Un grande evento per don Michele, 50 anni appena compiuti, nato a Bergamo in Borgo Santa Caterina ma a Roma dal 2012 dopo molti anni di servizio alla Chiesa e ai giovani bergamaschi in particolare con l’impegno negli oratori, che «è anche una convocazione, della quale oggi c’è ancora bisogno, perché la fede non rimanga un’esperienza solo individuale».

Papa Francesco ha definito quello del prossimo ottobre un “Sinodo per e di tutti i giovani”. Don Michele, in questa prospettiva che significato assume il cammino dei giovani italiani verso Roma? 

«La parola Sinodo significa letteralmente “cammino fatto insieme”, quindi l’idea di convocare i giovani per incontrarli è legata soprattutto alla possibilità di far compiere loro un’esperienza di chiesa. Ma nello stesso tempo far precedere questo incontro da un cammino fatto insieme significa in qualche modo rendere visibile e plastica l’idea di un Sinodo. Siamo una Chiesa che è in cammino dentro questo tempo e deve diventare sempre più un cammino fatto insieme. Quindi il cammino ha in sé un simbolico volto, parla del cammino della vita, perché la vita stessa è un cammino. Ma il cammino parla anche dell’esperienza della fede, che appunto ricerca e nello stesso tempo condivisione. Questo prendersi per mano, perché la fede non è una cosa che uno si dà, è una cosa alla quale si viene chiamati e che si viene chiamati a condividere, a scoprire, a vivere insieme».

Nelle giornate di sabato 11 e domenica 12 agosto 2018, Bergoglio incontrerà i giovani italiani («Siamo qui!»), chiamati passo dopo passo a raggiungere “X mille strade” il luogo del martirio petrino.  Che cosa si aspetta da questo evento molto voluto dal Santo Padre?

«È la prima volta che Papa Francesco incontra i giovani italiani tutti insieme, sembra strano ma non c’era mai stato prima un incontro tra le giovani generazioni italiane e Bergoglio. La Chiesa italiana con i suoi giovani finora non aveva mai incontrato questo papa. Da parte mia sono curioso di vedere che cosa accadrà, perché gli incontri tra i Papa e i giovani sono sempre molto belli. So che ci sarà un dialogo tra il Pontefice e i giovani, vedremo cosa verrà fuori. Sono curioso di capire cosa dirà Papa Francesco ai giovani italiani e che cosa nascerà da questo dialogo. Sarà questa per il Santo Padre anche l’occasione per parlare all’Italia che lo custodisce e che lo accompagna, non dimentichiamo che il Papa è il Vescovo di Roma».

Il pellegrinaggio dei ragazzi verso l’Urbe sarà condiviso insieme agli educatori, ai sacerdoti e ai formatori?

«Sì, assolutamente. Questo mi fa dire due cose: la prima è che tante volte ci domandiamo che cosa dovremmo fare con i giovani. Credo che la forma del pellegrinaggio sia una di quelle forme che ci permette di sfidare i giovani, di intercettarli. Se è vero che dobbiamo muoverci, dobbiamo uscire di più sulla strada. Chiedere ai giovani di camminare, di mettersi in pellegrinaggio vuol dire uscire dai nostri soliti ambienti, vuol dire accettare che il modo per incontrare i giovani è quello di considerarli e di prenderli dentro le strade del mondo, della vita. Non solo dentro i nostri ambienti ecclesiali. Ciò significare incontrare persone, storie… mi piacerebbe che gli educatori scoprissero una forma pastorale interessante, cioè quella del pellegrinaggio. La seconda cosa che desideravo sottolineare è che sopravvive l’idea di educatori e di preti che stanno sempre davanti ai giovani, pellegrinaggio vuol dire stare accanto, stare in mezzo, cioè imparare ad ascoltare il mondo giovanile che è ancora oggi una cosa molto difficile».

 

Riguardo al questionario online #Ve lo dico io, che è stato rivolto ai giovani, cosa è emerso dalle risposte in merito al rapporto tra gli stessi giovani e la Chiesa, che ha dedicato il 2018 alle nuove generazioni?

«Controlleremo le risposte del questionario a Sinodo chiuso, ma c’è qualcosa che si sente in giro e che è pervenuta alla riunione pre-sinodale con i giovani provenienti da diverse parti del mondo avvenuta a Roma lo scorso marzo. I giovani con la Chiesa non sono molto teneri. Gli scandali recenti non aiutano la Chiesa nella sua credibilità, infatti i giovani chiedono alla Chiesa di essere più credibile, più capace di ascoltarli, di accompagnarli e di coinvolgerli. Questa è una generazione di giovani che non ha dentro di sé una grande ansia “di fare qualcosa per”. Questa generazione chiede molto alla Chiesa ma non dichiara di avere molto da dare. Credo che i giovani abbiano molto da dare ma il tema del servizio, della presenza, dell’esserci e del poter essere significativi nella comunità non è una coscienza che loro hanno molto chiara ed evidente. I ragazzi chiedono molto accompagnamento, chiedono di essere considerati ma non dicono: “Noi saremmo disponibili per questo”. Il fatto è che i giovani hanno uno sguardo molto rivolto a loro stessi, cosa che peraltro hanno anche gli adulti. L’individualismo è uno dei segni caratteristici del nostro tempo e i giovani non si discostano da questo. Stiamo ricordando i cinquant’anni del ’68, bene. Con tutti i suoi limiti e con tutte le sue derive, il ’68 però fu una grande espressione di impegno da parte del mondo giovanile che voleva cambiare il mondo e si dichiarava pronto e disponibile a farlo. Cinquant’anni dopo, i nipoti di quei ragazzi di allora dichiarano di avere delle qualità ma non sanno riconoscere bene quali e dire: “Vorremmo un mondo così e per questo siamo disposti a lottare”. Ma d’altronde non sono più disposti a lottare neanche gli adulti, credo che la crisi politica attuale sia abbastanza emblematica».

 

A Panama si terrà la XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù dal 22 al 27 gennaio 2019. Qual è il clima di attesa? 

«Panama è un Paese dell’America Centrale. Bergoglio ha voluto fare la GNG lì, perché dice che le Americhe sono tre contrariamente a quello che si dice di solito. Oltre all’America del Nord e all’America del Sud esiste anche l’America Centrale, che ha delle caratteristiche particolari. Ho visto un Paese sicuramente entusiasta e pronto ad accogliere l’evento. La Repubblica di Panama non è un grande Paese, perché vi sono sei/otto milioni di abitanti, meno degli abitanti della Lombardia. Un Paese che raccoglie in sé una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: la disparità e la diseguaglianza sociale. Panama potrebbe essere ricchissima e non mi riferisco ai paradisi fiscali che ci sono, quanto piuttosto al fatto che il Canale porta una ricchezza economica enorme al Paese che non muore di fame, perché la natura è talmente generosa che possiamo dire che piove la frutta. Nello stesso tempo il quartiere dei ricchi e le favelas sono divisi da una strada e i servizi e il lavoro sono un tema molto forte».

 

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