Di gente desiderosa di servire e di essere ultima non se ne vede in giro molta

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Il vangelo di domenica scorsa diceva che i discepoli del Signore devono essere gli ultimi e i servi di tutti. Ma dove e quando questo ideale può essere vissuto? Perché, se mi guardo in giro, di gente che vuole essere serva e ultima non ne vedo in giro molta, anche tra i credenti … Gino

Caro Gino, la dimensione del servizio è parte fondante la vita cristiana. Ancora di più, è l’identità del Signore Gesù, il quale non è venuto per essere servito ma per servire. Lui  ci ha dato un “esempio perché ne seguiamo le orme”.

Lo stile evangelico

Il volto del nostro Dio è quello di colui che non ha tenuto per sé in modo geloso la sua uguaglianza con Dio, ma si è spogliato di tutto ed è divenuto uomo, facendosi servo per amore. Potremo ripercorrere il  Vangelo per ritrovare lo stile di vita  di Gesù, che si è spinto sino al dono totale di sé sulla croce. Se lo stile di Dio che Gesù ha rivelato è questo, noi credenti dovremmo cercare di imitarlo, assumerlonon come un dovere da compiere, ma come un modo di essere e di vivere che ci identifica. È una modalità che non si apprende sui libri, né è sufficiente conoscere perché la si è studiata in teologia, ma è da apprendere nel silenzio della preghiera, mediante la contemplazione nella quale tutta la dimensione umana, affetti, sentimenti,  si orienta verso quel volto contemplato e amato, ritenuto significativo per la propria esistenza.  Dentro l’esperienza della preghiera e del radicamento in una Parola che diviene specchio per la vita, può accadere il miracolo della trasformazione nei sentimenti dell’amato. L’apostolo Paolo esorta i cristiani, e quindi anche noi, ad assumere i sentimenti” di Gesù.

La tentazione di uno “stile mondano”

Ma se questo è l’orizzonte a cui guardare, la visione verso la quale tendere, la vita ci pone innanzi tutte le resistenze e le seduzioni che contrastano e si oppongono a  fare di noi stessi un “servizio”. Magari, occasionalmente, facciamo qualche opera buona, ma quando si tratta di convertire il nostro bisogno di emergere, di sopraffare, di potere, sui fratelli, innalziamo scuse e motivazioni per ben difendere uno stile di vita  che pensa a sé. I discepoli, per primi, non hanno capito i discorsi e la vita di Gesù quando parlava di croce o di cammino verso Gerusalemme, e mentre si prospettava questa via, discutevano su chi fosse il primo nella comunità.

Non stupiamoci quindi se  di gente che vuole essere serva e ultima ce ne sia poca, perché, quella gente, siamo anche noi. Tutti pieni di grandi slanci, ma poco propensi a cambiare radicalmente prospettiva di vita, impegnati a mantenere saldi e sicuri i primi posti o le poltrone che abbiamo conquistato. Noi non siamo diversi da quei Dodici, perché nel profondo di noi abita un’idea di Dio lontana dalla prospettiva di Gesù   poiché in ciascuno si annida una sete di potere che è opposta alla via intrapresa da lui.  Quante volte anche nella nostra vita e nelle nostre comunità i servizi diventano occasione per primeggiare, per sentirci importanti, e diventano causa di divisione o di pettegolezzo su altri? Quante volte le nostre questioni di principio altro non sono che il bisogno di essere confermati, di essere il leader del gruppo, di prevalere? Allora tutto può diventare un modo per primeggiare, velato dal un colore di Vangelo.

Lui ci conosce bene e non si scandalizza

Il Signore, fortunatamente, non si scandalizza di questo perché ci conosce molto bene, conosce la sua Chiesa di ieri e di oggi. Ci chiede di smascherare questo bisogno, di chiamarlo per nome, di portarlo alla luce per poi poterlo trasformare.  I criteri di Gesù sono impegnativi ma molto chiari. Non camuffiamoli o cerchiamo vie rassicuranti. Impariamo a guardare dove guarda lui, verso il dono perdente, senza condizioni o accomodamenti, verso quei piccoli che nessuno vuole vedere. Per il Signore  il primo è il servo di tutti, non ci sono scusanti, e ancor di più, ciò che faremo a uno dei piccoli, sarà come averlo fatto a lui.  

Certamente caro Gino, non sarà facile vedere tanti credenti così, vedere una Chiesa così. Ci sono però credenti che stanno cercando, con  tutti i loro limiti di vivere così, e sono quelli che rendono la Chiesa bella, di quella bellezza che il Vangelo ci racconta e ci restituisce come nostalgia. Forse dobbiamo purificare il nostro sguardo per saper vedere queste testimonianze, di fratelli che anche oggi nel mondo donano la vita, anche fisicamente, per essere servi per amore e che non fanno notizia sui social o sui blog. Ma abbiamo anche bisogno di sentire l’urgenza interiore di cambiare noi stessi,  di lasciarci cambiare dal Signore, mettendo al centro lui, e non noi, un Dio che sceglie di dare la vita perdendola, di mettere al centro chi non ha diritti, chi non conta, magari il mio vicino di casa, per essere più capaci di umanità e prossimità, di sentire la vita che scorre in ogni persona e che chiede di venire alla luce. Ma questo è possibile solo partendo dal basso, prendendo un catino e un asciugatoio, e incominciare a lavare i piedi. Il Signore ci doni di credere che è possibile per tutti, anche per te. Buon  cammino!

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