Gesù, il servizio, il potere. Ieri e oggi

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In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo (Vedi Vangelo di Marco 9, 30-37)

Per leggere i testi liturgici di domenica 23 settembre, venticinquesima del Tempo Ordinario “B”, clicca qui. 

La morte annunciata di Gesù. Le ambizioni dei suoi amici

“E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”, così nel Vangelo di domenica scorsa, con la reazione di Pietro e la risposta di Gesù a Pietro. Era quello che si chiama correntemente “il primo annuncio della passione”. Gesù continua a stare con il piccolo gruppo degli amici, rimasti con lui dopo l’abbandono in massa delle folle, seguito alla moltiplicazione dei pani. Nel Vangelo di Marco, si parla poi della trasfigurazione, della guarigione di un epilettico indemoniato. Poi Gesù torna sulla sua prossima passione e morte: è il vangelo di oggi, secondo annuncio della passione. Ancora una volta, però, I discepoli non comprendono. Anzi, hanno paura a chiedere spiegazioni. L’abbassamento del Figlio dell’uomo è troppo lontano dalle loro aspettative.
In effetti, mentre Gesù parla della sua morte e mentre attraversa la Galilea, i discepoli discutono su chi di loro è il più grande. Quando giungono a Cafarnao, si racconta che Gesù Entra in casa: quasi sempre l’entrare in casa comporta un insegnamento importante. Non solo, ma egli si siede: anche questo è l’atteggiamento tipico del maestro. Dunque Gesù sta per consegnare ai suoi un insegnamento importante. Se uno vuol essere il primo, dice Gesù ai suoi discepoli, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti. Poi, per illustrare la sua parola, compie uno dei gesti profetici nei quali Gesù è un impareggiabile maestro: prende un bambino e lo mette in mezzo al gruppo che, poco prima, si era diviso per una questione di prestigio. Lo abbraccia e dice: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato. Il bambino, poco considerato, emarginato, era uno dei “poveri” più poveri nella società del tempo di Gesù. Dunque bisogna essere come un bambino e quindi accoglierlo, perché, precisa Gesù, chi accoglie un bambino accoglie lui stesso. Nella mentalità orientale accogliere l’inviato è come accogliere colui che lo manda. Gesù dunque si identifica al bambino. E quindi accogliere un bambino è come accogliere stesso Gesù.

Gesù serve. Spesso gli uomini si servono di lui

Il vangelo di oggi mette a confronto, polemicamente, i due atteggiamenti antitetici. Quello di Gesù che dà tutto e quello dei discepoli che, invece, vogliono avere tutto: “avevano discusso fra loro chi fosse il più grande”.
Torna, nel gruppo dei dodici, l’eterno paradosso: Gesù serve gli uomini, spesso gli uomini si servono di lui. La tentazione di servirsi del Signore è forte soprattutto negli uomini di potere. E non è un caso che la discussione dei dodici sia, precisamente, una discussione di potere. Il potere è affascinante quando si veste di sacro. E le liturgie laiche del potere si moltiplicano, ieri come oggi. Il compito del cristiano, in questo contesto, è quello del grande dissacratore: solo Dio è Dio. Solo lui e nessun altro. Grande impegno in un periodo in cui la tentazione di accodarsi, ancora una volta, ai potenti di turno, sta tornando, frequentemente, dentro il popolo cristiano.

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