Il dossier Viganò, la Chiesa e il futuro: “Ci vogliono più attenzione alle relazioni e alla formazione dei preti”

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Attorno alla vicenda del dossier di Mons. Viganò, si è generato un frastuono tale, che le onde sonore generate sono andate a toccare le corde dell’intera comunità ecclesiale, ma anche di ogni altro che si trova al di fuori.

Dei fatti se ne è parlato, sono stati ricostruiti, davanti a questi penso che stia nella libertà e capacità del singolo scegliere quale sia il proprio posizionamento, per mia fortuna questo mio pezzo non nasce dalla presunzione propagandistica e inquisitoria di dire quale sia la parte dei giusti.

Il senso di queste poche righe è quello di riportare la lettura di questo evento e la sua risonanza attraverso la prospettiva di una giovane che ha cercato di comprendere la Chiesa sia nella sua dimensione valoriale, ma soprattutto in quella organizzativa.

Prima delle undici fitte pagine del dossier ho letto quelle del report sugli abusi avvenuti in Pennsylvania, racconti dolorosi con numeri spaventosi e che non possono che chiedere ai fedeli di porsi degli interrogativi.

Le vicende riguardano sacerdoti , bambini e bambine,  segno che la correlazione tra pedofilia ed omosessualità sia una convinzione erronea e che utopisticamente spero un giorno possa essere sradicata.

La questione non è capire quanti siano i preti incriminati e nemmeno avviare una crociata contro la Chiesa, ma penso che sia arrivato per questa organizzazione il momento di avere il coraggio di aprire le proprie “scatole nere” e mettersi sotto una lente per cogliere quei particolari su cui, forse ingenuamente, si è passati oltre ed ora da punti neri sono diventate pesanti ombre.

In una Chiesa madre, in cui si è fratelli e sorelle ritengo che sarebbe necessario riflettere sul perché, per alcuni soggetti, sia possibile incappare nella trappola di un malfunzionamento nella gestione delle relazioni sociali.

Laddove i valori portatori sono l’amore per il prossimo, il rispetto, e la carità come è possibile che i propri funzionari possano abdicare al proprio ruolo rispondendo con violenza e totale apatia emotiva nei confronti dei più deboli e fragili?

E’ necessario interrogarsi su cosa li abbia condotti a quel punto, sulla storia personale di chi varca le soglie del Seminario, riflettere sul passato ma soprattutto sul presente e sul futuro, attraverso un accompagnamento che sia davvero quello di una madre amorevole.

Trovo che sia di fondamentale importanza prendere in mano la questione della formazione in Seminario e di come questi giovani uomini siano educati alle relazioni sociali, ma non è a questa che si deve fermare, deve trattarsi di un lavoro sociale che vada oltre il profiling del seminarista perfetto per essere ordinato.

Non si tratta di selezionare, di capire chi è più bravo, questo purtroppo già avviene, perché la Chiesa, nel suo donare protezione finisce per produrre isolamento.

Credo che non basti togliere la mela marcia dal cesto perché tutte le altre siano sane o avere la certezza che all’albero dalle quali sono state raccolte abbia ancora bisogno delle stesse cure, ma che sia necessario sporcarsi le mani scavando nelle radici ed in questo momento la Chiesa si trova di fronte alla scelta di cambiare oppure continuare a sopravvivere nel segreto d’ufficio.

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