Il potere della lingua. La scrittrice Jhumpa Lahiri: “L’italiano mi ha offerto un nuovo punto di vista”

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Jhumpa Lahiri, scrittrice statunitense nata a Londra da genitori bengalesi, riesce con il suo stile elegante e limpido a far rivivere nitidamente i sentimenti di chi vive lontano dal proprio Paese e dalla propria cultura, come lei, che ora è divisa tra Princeton, dove insegna, e Roma. Nel 2000 è la prima scrittrice esordiente ad aggiudicarsi il Premio Pulitzer per la narrativa con la raccolta di short stories “Interpreter of Maladies” (“L’interprete dei malanni”); nello stesso anno il “New Yorker” la annovera tra gli scrittori giovani più promettenti del nuovo secolo. Di lì ha inizio una brillante attività pubblicistica, culminata in una serie di collaborazioni col “New York Times” e il “New Yorker”, dove scrive regolarmente come columnist. Dal 2015, con “In altre parole” (Guanda) ha incominciato a scrivere direttamente in italiano, prima autrice di madrelingua bengalese a compiere questo passo. Ha appena presentato al Festivaletteratura di Mantova il suo nuovo romanzo “Dove mi trovo” (Guanda). Il suo rapporto con la nostra lingua, secondo quanto ha detto durante l’incontro, è diventato “una disciplina”, ma è nato dall’amore per il nostro Paese, dove vive da molti anni, e dal desiderio di farne parte, di appropriarsi della nostra cultura, nonostante conservi il legame con altre lingue, altre culture, altri luoghi. “Dove mi trovo” mette a tema la solitudine e la ricerca della propria identità, e aiuta a comprendere più a fondo il modo in cui si definisce anche per persone che intrecciano in sé – come l’autrice – traiettorie diverse da una parte all’altra del mondo. Parte dalla vita di tutti i giorni per le strade di Roma: “Un omaggio a un luogo e al mio quartiere di Trastevere, pieno di calore umano, con un’atmosfera bellissima, che resiste ancora, accoglie me e la mia famiglia”. La città non viene nominata, ma è comunque riconoscibile. L’autrice lascia aperte tutte le possibilità per fornire la massima libertà di interpretazione ai lettori.

Jhumpa ha compiuto su di sé più volte il processo di integrazione, aprendosi a lingue e culture diverse: a casa da piccola parlava bengalese, a scuola inglese, poi ha studiato anche il francese e il russo. A un certo punto, nel corso degli studi si è innamorata del latino, e da qui è partito anche il desiderio di studiare l’italiano e poi di adottarlo per scrivere. «L’India per me è più un atteggiamento che un Paese reale – racconta – , e per me continuano a rappresentarlo i miei genitori. Loro volevano che fossi come loro, ma hanno capito che non lo ero. Le mie culture mi sembravano due lati completamente distinti di me e solo attraverso la scrittura sono riuscita a capire in che modo si intrecciano, come posso tenerli legati».

L’italiano per Jhumpa è stata una scelta di libertà: «Rinunciare all’autorevolezza risponde alla mia ricerca di leggerezza nella scrittura e nella vita. Sono uscita volontariamente dal contenitore ‘autrice anglosassone’ per non sentire più il peso di un’identità precisa». Fatica a scrivere usando parole che non sono sue, con una lingua che ha imparato da adulta, e a cui deve imparare a dare sapore e personalità, ma per lei “rappresenta un mondo intero, un oceano senza fondo, e bisogna superare un confine ogni volta che si comincia a scrivere”. Per lei l’italiano è “una lingua in prestito”, che la costringe continuamente a mettersi in discussione, a tornare al vocabolario. La scelta però è stata quasi obbligata: ha dovuto “fare amicizia” con l’inglese, ma è una lingua non amata. Racconta che 14 anni fa, quando è nato suo figlio, gli parlava in bengalese, un idioma in cui però non sa leggere. “L’italiano – dice Jhumpa Lahiri – mi ha dato un altro punto di vista come scrittrice e come persona. Questo passo, forse un po’ audace, mi ha arricchito dal punto di vista umano, mi ha reso felice”.

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