L’incompetenza al governo voluta dagli italiani che secondo l’Istat sono (mediamente) ignoranti

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Dunque: il Presidente del Consiglio Conte ha esaltato l’8 settembre 1943 – in evidente confusione con il 25 aprile 1945 – quale data fondamentale per la rinascita dell’Italia, quando anche i bambini sanno che fu una catastrofe storica, a tal punto che qualcuno l’ha definita “la fine della Patria”; il Vicepresidente Di Maio ha spostato Matera – città capitale europea della cultura nel 2019 – dalla Basilicata alla Puglia e, poco prima, improvvisandosi fisiologo, ha audacemente dichiarato che il corpo umano è fatto al 90% di acqua. Vero è che bere un bicchier d’acqua una volta tanto fa bene al cervello.

Orgogliosi di essere ignoranti. La verità è il consenso

Tutte queste ed altre esilaranti affermazioni “storico-scientifiche-sanitarie” scandalizzano? Non tutti. Solo coloro che hanno una base elementare di conoscenze scolastiche. Tuttavia, guai a chi si scandalizza! La denuncia dell’ignoranza e dell’incompetenza di chi ci governa è considerata orgoglio da establishment, reazione aristocratica di una classe dirigente moralmente corrotta, che complotta contro “il governo del cambiamento”. D’altronde, se uno ha il consenso della maggioranza degli elettori, è libero di dire – e di fare – tutto quello che gli viene in mente. O no? Come è ormai evidente sotto i nuovi chiari di luna,  la verità non è più adaequatio rei et intellectus, ma adaequatio rei et consensus. Il che è la base epistemologica del totalitarismo. La cui caratteristica novecentesca è che ha alle spalle grandi masse, non è il prodotto di élites intellettuali. Di questa “massa di consenso” ha fatto un’estesa e profonda fenomenologia già Elias Canetti nel libro “Massa e potere”, pubblicato nel 1960. Tuttavia i meccanismi specifici di accumulo non sono più quelli degli anni ’30, benché gli effetti finali non siano molto dissimili.

L’identificazione di consenso e di verità o, detto in altro modo, di percezione e di realtà nasce, oggi, dalla rottura della sequenza storica di “informazione – conoscenza – sapienza (o sapere o giudizio)”. Gli studiosi dell’impatto socio-culturale della Rete hanno indicato da tempo le cause di questa rottura nell’irruzione di Internet nella formazione dei processi conoscitivi e di discernimento. L’informazione debordante ha assorbito voracemente i due anelli successivi della catena. Se la costituzione dell’atto della conoscenza e del giudizio è sopraffatta da un’enorme massa di informazioni, tecnicamente e fattualmente manipolati, se questa manipolazione sostituisce la riflessione e la relazione faccia a faccia, se qualcuno ha così conquistato tecnologicamente e politicamente il potere di definire la verità, allora la natura della verità cambia: appunto, da “corrispondenza con la realtà” a “corrispondenza con il consenso”, cioè con il potere. La resistenza a tale deriva è possibile, solo a condizione che vengano continuamente attivati  i due step successivi: la conoscenza e la sapienza.

Ed è qui che nasce il problema. Per comprendere le asperità di questo cammino, basterebbe leggere il Rapporto ISTAT sulla conoscenza del 2018, incrociato con l’ultimo Rapporto dell’OCSE-PIAAC (The Programme for the International Assessment of Adult Competencies).

Il livello di cultura degli Italiani è basso. L’analfabeta “funzionale”

Il primo presenta una serie di quadri sui livelli di istruzione dei giovani e sulle competenze linguistico-matematiche degli adulti, che fanno dell’Italia “un’economia industriale ad alto reddito ma anomala, perché caratterizzata, a confronto con le altre maggiori economie europee, da livelli di istruzione e competenze modesti, ancorché crescenti”. Nel 2012 l’Italia era già risultata all’ultimo posto dei Paesi dell’OCSE per quanto riguarda le competenze linguistiche degli adulti e al penultimo posto per le competenze numeriche. Per un verso, la classe di età più anziana (55-64 anni) è assai meno istruita delle altre classi di età; per l’altro, scattano differenze territoriali notevoli tra Nord, Centro e Sud sia per  gli studenti sia per gli adulti.

Questi dati si trovano confermati dal Rapporto PIACC, che ha come focus l’analisi e la comparazione su scala mondiale delle competenze degli adulti e la misurazione del livello di “analfabetismo funzionale”.

Chi è l’analfabeta funzionale? E’ una persona che è in grado di leggere e di scrivere, ma dimostra incapacità di comprendere adeguatamente testi o materiali informativi pensati per essere compresi dalla persona comune: articoli di giornale, contratti, regolamenti, bollette, corrispondenza bancaria, orari di mezzi pubblici, cartine stradali, dizionari, enciclopedie, foglietti illustrativi di farmaci, istruzioni di apparecchiature. Ha difficoltà nell’eseguire semplici calcoli matematici e dispone di scarse competenze nell’utilizzo degli strumenti informatici. Ha una conoscenza dei fenomeni scientifici, politici, storici, sociali ed economici molto superficiale, legata prevalentemente alle esperienze personali o a quelle delle persone vicine. Perciò tende a generalizzare a partire da singoli episodi non rappresentativi; fa largo uso di stereotipi e pregiudizi; povero di senso critico, è portato a credere ciecamente a tutto ciò che si legge o si sente, incapace di distinguere le notizie vere da quelle false e le fonti attendibili da quelle che non lo sono. Pertanto, gli analfabeti funzionali sono spesso anche sostenitori di teorie complottiste e/o pseudoscientifiche. In quest’ultimo caso, quando riguardano temi medico-sanitari, le conseguenze sociali possono essere drammatiche, in quanto le informazioni fuorvianti possono mettere a repentaglio la salute o la vita di molte persone, e anche dei loro figli minori. La diffusione di notizie false o “bufale” basate sui pregiudizi verso alcune categorie di persone (per etnia, religione, orientamento sessuale…) può portare alla diffusione di atteggiamenti discriminatori e emarginanti nei loro confronti, aggravando ulteriormente la loro posizione minoritaria e rendendo più difficile la loro integrazione sociale e lavorativa. Questo identikit dell’analfabeta funzionale è stato tracciato dall’Unesco nel lontano 1984. Il guaio è che è tuttora attuale.

Siamo ai livelli di Indonesia, Cile e Turchia

Quanti sono gli analfabeti funzionali nel mondo? Il Rapporto Ocse fornisce cifre sconvolgenti per quanto riguarda l’Italia. Gli Italiani occupano la quarta posizione nel mondo dopo l’Indonesia, il Cile, la Turchia. L’analfabetismo funzionale colpisce il 27,9% degli italiani tra i 16 e i 65 anni, ossia poco più di uno su quattro, ma la metà oltre i 55 anni.

L’Italia terra di eroi, santi, navigatori e di… ignoranti. Forse Vincenzo Gioberti non si azzardebbe più a scrivere “Del Primato morale e civile degli Italiani”! Dovendo escludere che questa condizione in-culturale del Paese sia il prodotto di un complotto di poteri forti, internazionali e interni, e che il Rapporto sia stato scritto da Soros, noto finanziere ebreo ungherese, contro il quale Orban ha addirittura fatto una legge, con la piena adesione di Salvini, si deve concludere che di essa sono responsabili le classi dirigenti socio-economiche, finanziarie, intellettuali, giornalistiche  e politiche, che hanno finora governato il Paese e che non hanno voluto fare a suo tempo le riforme della scuola, dell’Università e che non hanno mai seriamente pensato ad un sistema di Life Long Learning e di Life Wide Learning.

L’economia della conoscenza è rimasta uno slogan demagogico. La nuova classe politica arrivata al governo è mediamente incompetente e ignorante? Vero! Ma è stata votata da gran parte del Paese. Beninteso, l’ignoranza democraticamente diffusa e molto democraticamente rappresentata non si trasforma in competenza e scienza, solo perché è votata da parecchi. Beninteso, una classe di governo che non capisce il mondo nell’epoca della globalizzazione mette in serio pericolo il Paese. E, tuttavia, un esame di coscienza circa la prevalenza della “démocratie des crédules” gli sconfitti dovranno pure incominciare a farlo. Questi due Rapporti parlano anche di loro. E ci dicono, in primo luogo, che l’accumulazione di civiltà è reversibile. Può anche trasformarsi in accumulazione di inciviltà e emergere di colpo, democraticamente, davanti alle nostre facce sorprese.

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