L’infanzia di un Cardinale: Maris Martini Facchini traccia un ritratto del fratello Carlo Maria

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Carlo Maria Martini, persona straordinaria di profonda cultura teologica, umile comunicatore del Vangelo, soprannominato “Cardinale del dialogo”, arcivescovo, teologo, esegeta biblista, docente e rettore, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002, a poco più di sei anni dalla sua scomparsa, non è stato certamente dimenticato. Nato a Torino il 15 febbraio 1927 da Leonardo Martini, ingegnere torinese e da Olga Maggia, è deceduto a Gallarate il 31 agosto 2012.

Tutti ricordano lo sguardo quasi da asceta del presule, la sua figura alta e ieratica. Quello stesso sguardo si può ritrovare nella fotografia color seppia del giovane Martini sulla copertina del volume “L’infanzia di un Cardinale. Mio fratello Carlo Maria. Ricordi e immagini di vita familiare” (Àncora Editore 2018, Collana “Profili”, Presentazione di Marco Garzonio, Postfazione dell’Arcivescovo Bruno Forte, pp. 168, 16,50 euro) di Maris Martini Facchini.

Il testo, i cui proventi del diritto d’autore saranno interamente devoluti alla Fondazione Carlo Maria Martini, accompagnato da un poderoso dossier fotografico proveniente dall’Archivio Martini, contiene preziosi ricordi e coinvolgenti emozioni, scaturiti dall’incontro con il regista Ermanno Olmi, autore di “Vedete, sono uno di voi” (2017) film-documentario su Martini.

In queste pagine, “dolcissima e appassionata memoria” secondo la definizione di Mons Forte, Maris Martini Facchini fa emergere un ritratto per tanti aspetti inedito e umanissimo del fratello Carluccio, futuro studioso e Arcivescovo di Milano.

Com’era Carlo Maria Martini prima di diventare il Cardinale Martini pastore della Chiesa ambrosiana e non solo, lo racconta in questa intervista l’autrice del libro.

Nella Presentazione del testo, Marco Garzonio riferendosi a Suo fratello nell’infanzia, parla di “humus”. Era già evidente “ciò che il cardinale sarebbe diventato”. Che cosa ne pensa?

«Sì, visto da fuori. Fin da piccolo si capiva che mio fratello sarebbe diventato un grande uomo, ma questo lo si può dire a posteriori. Per esempio la scuola dove Carlo frequentò le elementari ha un piccolo museo con le sue pagelle e i suoi temi. Leggendo questi temi le maestre attuali, che hanno istituito questo museo, hanno detto: “Questo bambino sarebbe diventato sicuramente un grande uomo per come scriveva già allora,a in II elementare. Era un meraviglioso bambino che tutti avrebbero voluto come figlio”. Tutti si erano accorti della sua intelligenza, della sua comprensione umana, già da bambino l’aveva manifestato subito».

Durante la fine dell’estate del 1942, mentre Lei e la Sua famiglia eravate sfollati a Orbassano, un giorno i soldati tedeschi vennero a prendere Carluccio. Che cosa era accaduto? 

«Ai soldati serviva una persona che conoscesse il tedesco quindi Carluccio salì su di un camion insieme ai tedeschi. Aveva solo tredici anni. Ero piccola ma ricordo perfettamente questa scena».

“Pro veritate adversa diligere et prospera formidando declinare” era il motto che Suo fratello si era scelto da vescovo. Quale fu la reazione della Sua famiglia quando Carlo Maria Martini espresse l’intenzione di entrare nella Compagnia di Gesù? 

«Eravamo nel settembre del ‘44, in piena II Guerra Mondiale, i miei genitori avevano circa cinquant’anni mentre noi tre figli avevamo tra i diciassette e i nove anni. La famiglia reagì con sofferenza ma anche gioia, mio padre con sofferenza e rassegnazione, ricordo una bella lettera di mio padre, emblematica in tal senso è una fotografia che ritrae mio fratello insieme ai nostri genitori che si trova nel volume. Incombeva in famiglia questo distacco necessario, mio padre temeva che i gesuiti non avrebbero valorizzato l’intelligenza di mio fratello. Insisto molto sull’enorme intelligenza di Carlo Maria Martini, in questo caso messa a servizio della fede».

Grande fu da subito l’affetto e la stima tributati dai milanesi al loro Arcivescovo. Ce ne vuole parlare? 

«Alla fine della prima giornata di ingresso in Duomo, era il 10 febbraio 1980, la famiglia, cioè io e i miei due figli, allora giovanissimi (i miei genitori e mio fratello Francesco erano morti otto anni prima), eravamo riuniti alla sua mensa, con le suore pronte a servire. Il televisore trasmetteva l’ingresso del nuovo arcivescovo, noi tutti ci sentivamo imbarazzati. Lui ci guarda e ci dice sorridendo: “Avete qui me, perché guardate la televisione?”. Poi mio fratello aggiunse: “Noi milanesi siamo molto espansivi”. Per me questa frase è significativa: fin da subito l’Arcivescovo Carlo Maria Martini si sentì parte degli ambrosiani».

Che cosa l’ha più colpita del film-documentario di Ermanno Olmi? 

«Nel film-documentario di Olmi, che è stato girato anche a casa mia, mi ha colpito la capacità del regista di dare il senso della vita che scorre sia all’interno delle case sia fuori, con l’immagine più bella che riprende le finestre della casa con i tendaggi appena mossi dal soffio di un vento leggero».

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