Pensiero laico circa la paura della morte. Le molte ricerche e l’inestinguibile mistero

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Ora che la mia vita si avvicina lentamente al tramonto, quassù sull’Altopiano, circondato a Ovest dal Monte Alben, dietro il quale ogni giorno tramonta il sole, la morte è diventata una faccenda di importanza vitale. Il significato di questo ossimoro è semplice: la morte co-abita con la vita, fin dai primi vagiti, lo sottolineava già Montaigne. Ma di tale drammatica convivenza non si dà traccia nella coscienza delle generazioni più giovani. L’ospite inquietante sta ancora acquattato nell’ombra. Poi, a poco a poco, ti si staglia all’orizzonte, mentre vai incontro al tuo tramonto.

Io, la mia morte, la mia tartaruga e l’instancabile ricerca di una risposta

Da quando l’homo sapiens ha incominciato a seppellire i morti, la morte è divenuta il problema esistenziale dei vivi. La cura dei morti è il riflesso di una nuova cura della vita da parte dei vivi. Cerco di parlarne con la mia tartaruga, quasi ogni giorno, quando nel giardino mi viene incontro, quasi di corsa, alla vista dei piccoli pomodorini rossi, con cui cerco di attirarla in colloquio.  Si aggira lì da circa trentanni, da aprile a ottobre. Poi si scava una buca e si ricopre di terra, fino a primavera. Ha un’età attorno ai cinquantanni. Invidioso della sua longevità, mi lamento con lei del mio destino. A lei il DNA della sua protogeologica specie concede di incontrare me e, dopo la mia morte, i miei figli e, dopo la loro morte, i miei nipoti e… Alle mie insistenti controdeduzioni speculative non reagisce. Afferra il suo piccolo pomodoro e se ne va. Lei non può saperlo, ma ogni incontro mi costringe a fare i conti con la fine del mio tempo storico.

Della catena di eventi che costituiscono la vita, questo anello ultimo non è in realtà afferrabile, è un anello-non anello. Come a dire che si tratta di una contraddizione vivente e mortale al tempo stesso. So che abita da sempre dentro di me, non riesco a liberarmene. La morte mi appare indicibile, un evento che produce angoscia a mezzo di angoscia, contro il quale sale la rivolta dalle fibre più nascoste del mio essere. Eppure è naturale vivere, è naturale morire. Perché questa paura profonda? Devo trovare una via d’uscita. Se mi guardo in giro, nella mia biblioteca teologico-filosofica, ho trovato alcune proposte di soluzione del problema. La prima sarebbe perfetta, se solo fosse vera. La morte è solo un piacevole cambio di residenza, passaggio da una valle di lacrime ad una plaga sconosciuta, dove ogni lacrima sarà asciugata. Non si tratta di immortalità, ma di molto di più: di resurrezione. Il fascio di elettroni, tenuti insieme dal mio Io e poi dispersi dalla morte nell’universo infinito, sono richiamati a casa con un atto di imperio. Quella della resurrezione è un’ottima idea. Ma mi lascia un fondo irrisolto di incertezza e di inquietudine. L’homo sapiens è sempre stato bravissimo a costruirsi teorie giustificatorie, nel tentativo disperato di spiegare ed esorcizzare il Male del mondo e la Morte. Davvero è stata vinta la Morte?

Una soluzione più debole, una sorta di placebo per la mia angoscia, è quella dell’immortalità. Il corpo è solo uno sgradevole impaccio dell’Io, materia che imprigiona la scintilla del Fuoco eterno della mia anima. La morte è il forcipe che facilita la nascita dell’Io autentico. Ben venga dunque! E’ il giorno della liberazione dell’anima. Solo che l’anima non esiste senza il corpo. Noi siamo un Io corporeo vivente, non anime incarnate nella materia. L’anima è una proiezione/invenzione metafisica della filosofia gnostica, secondo la quale la materia è solo una cella con robuste sbarre. Solo la morte del corpo organico le può far saltare.

A questo punto, tentano di soccorrermi Stoici ed Epicurei. Secondo questi pensatori, tutte le teologie/filosofie sul “Dopo ignoto” sono solo farmacologia popolare, intrugli per anestetizzare il dolore e la paura che permeano il gesto vitale di morire. Davanti a noi non brilla “nessuna stella della redenzione”. Non ce n’è bisogno. In realtà, la morte non c’è. Quando io vivo lei non c’è, quando lei arriva io non ci sono più: nessun appuntamento è possibile. Ciò che esiste è il flusso ontologico della biologia e della storia. E’ questo ciò che permane nel tempo. Il resto – cioè noi – è solo un fascio di schizzi occasionali e transeunti della grande corrente, che balenano e si ricongiungono all’Essere. Pertanto, lasciamo perdere!

L’illusione di un nuovo Paradiso terrestre. Adamo fatto da molecole e da microchip

Alla fine, questo è anche il messaggio del mio amato Maestro Emanuele Severino. Il quale, assai più radicalmente, sostiene che tutto è eterno, ogni movimento, ogni attimo, ogni essere dentro l’Essere, nella Totalità degli essenti. L’Essere, di cui partecipiamo, non muore, perché il Nulla è un Non-Nulla. In vista abbiamo “una Terra che salva”. Nulla di noi va perduto. Ma è proprio qui che si incontra quella che Severino critica ferocemente come portatrice di una cultura e di una pratica nichilista: la tecno-scienza. Secondo i tecno-nanobiologi, che hanno già prodotto ideologie post- e trans-umaniste, il corpo è una macchina, regolata dalle leggi della fisica e della chimica. La morte altro non è che una cattiva prestazione tecnica della suddetta macchina. Ora, a tutti i difetti tecnici c’è rimedio. Il “fatal error”, in cui incorriamo qualche volta, quando clicchiamo involontariamente su CANCEL, è dovuto solo ad uno scambio di tasti. Ciò che viene prospettato è l’immortalità, non dell’anima platonica, ma del corpo. Il quale potrà essere rinnovato, trapiantato e sostituito in tutto o in parte. Si potrà fare il download del cervello, cioé della tua storia intera, dentro un altro corpo costruito ad hoc nei laboratori della Nuova Genesi… Kurzwell annuncia che “la Singolarità” è vicina. La “Singolarità”: Adamo che torna nel Paradiso terrestre, costituito da molecole e da microchip. Si suppone che Eva questa volta faccia più attenzione ai frutti che riceve/offre. Potrai accumulare conoscenze, esperienze, storia finché non prenda tu stesso la decisione fatale di autospegnerti, qualora la vita ti venisse a noia. Basterà un click.

Temo che per me sia troppo tardi. Forse una possibilità per i miei nipoti. Dunque, alla fine cosa resta nella mia bisaccia a doppio fondo di pellegrino su questa terra? Mi restano due consistenze ontologiche: una tensione inestirpabile all’infinitudine e l’evento inaggirabile e disperato della sua fine. E’ la parola “mistero” che definisce questa condizione. E, pertanto, “di ciò di cui non si può parlare conviene tacere”. Così disse Wittgenstein.

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