Prima campanella. L’Europa di domani si costruisce anche sui banchi di scuola

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Il primo giorno di scuola gronda sorrisi, lacrime ed emozioni. Sono un rito i saluti infiniti davanti all’ingresso della scuola (hai preso tutto? Hai la merenda? I libri? I compiti?), con i ragazzi che dopo tre mesi di vacanza vedono tutto come se fosse nuovo di zecca, con un entusiasmo quasi commovente, anche se spesso solo transitorio.

Per i genitori ricomincia la fatica degli incastri: gli orari di ingresso, quelli di uscita che si spera di far coincidere con la pausa pranzo, le code lunghissime nelle ore di punta, le attività extrascolastiche.

L’avvio delle classi porta con sé una serie di incombenze pratiche e burocratiche: gli orari provvisori e definitivi, gli avvisi, i plichi delle circolari di inizio anno, il girotondo dei professori, perché nonostante i proclami e le buone intenzioni alla fine ne manca sempre qualcuno. Una routine apparentemente sempre uguale, ma alla fine sempre nuova, e non solo perché i figli sembrano crescere alla velocità della luce, più grandi ogni volta che posi lo sguardo su di loro, ma perché la scuola è un cammino.

La fretta, la necessità di agire, arrivare, conciliare, provvedere a volte toglie il tempo che serve per pensare, per parlare: i figli non possono essere consegnati alla scuola e dimenticati. E’ vero che vi trascorrono una parte importante della giornata, e che è necessario fare in modo che ne approfittino al meglio. Molti dimenticano che è quello il posto dove i ragazzi possono esprimere le loro risorse migliori, tanto è vero che in Lombardia ben 22 mila abbandonano ogni anno il percorso educativo, una percentuale tra le più alte in Italia.

La scuola è una società in miniatura che rispecchia i comportamenti degli adulti e spesso li amplifica: ecco perché spesso da luogo di accoglienza e di integrazione di qualità e risorse diverse si trasforma in un luogo competitivo dove si creano divisioni e si alzano muri. Eppure è proprio il posto giusto per imparare ad essere aperti e accoglienti verso chi è diverso o più debole. Spesso si sente la mancanza di un’alleanza vera tra la scuola e gli altri adulti che si occupano degli studenti, prima di tutto i genitori: pensando anche all’esperienza delle parrocchie e ai cammini di catechesi che presto ripartiranno, ci piacerebbe coltivare il sogno di una comunità che lavora insieme per affrontare le sfide complesse del nostro tempo, convinti che sempre di più, come dice il celebre proverbio africano “per educare ci vuole un villaggio”. E infine ricordare sempre, come suggerisce Eraldo Affinati, scrittore e insegnante, che “non solo i deboli hanno bisogno dei forti, ma anche i forti dei deboli”. L’Europa di domani si costruisce anche sui banchi di scuola.

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